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Italia Estrema: cannibali, torture e disturbing drama nel cinema di casa nostra

Pasolini, Deodato, Caligari: chiudiamo il nostro viaggio nell'extreme sugli autori che più hanno osato nel cinema italiano

Lungo questo viaggio nel cinema estremo ho citato oltre 150 titoli (e almeno altrettanti ne ho trascurati), prodotti nelle nazioni più disparate: dall'India all’Australia, dal Messico alla Corea, dalla Serbia al Cile, da Israele all’Estonia. Ma a casa nostra? Esiste una sottocultura estrema in Italia, dove il mercato è stagnante da decenni?

La risposta è sì ed è anche molto florida. Perciò, mentre torniamo alla spiaggia, prestiamo attenzione al fondale in cerca di tutte quelle bandiere tricolore che giacciono nel mare dell’estremo.

Mondo Movie
Ovvero il primo sottogenere estremo nato in Italia. Negli anni ’60 questi film miravano a colpire lo spettatore con immagini morbose mostrate con un approccio documentaristico.

Il filone deve il suo nome a Mondo cane, film del 1962 diretto da Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi: un collage di violenza sugli animali, riti tribali, cerimonie religiose a base di auto-flagellazioni e quant’altro. Divenne subito un fenomeno e la colonna sonora di Riz Ortolani venne nominata agli Oscar.
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Sulla sua scia nacquero pellicole simili, tutte incentrate su riti estremi e scene di violenza, con un fascinazione particolare per l’Africa. Gli stessi registi hanno realizzato, infatti, Africa addio nel 1966 (sul processo di decolonizzazione del continente) e Addio Zio Tom nel 1971 (sull'America schiavista d’inizio '800 e le ripercussioni ai giorni nostri).

Una variazione sul tema è anche America così nuda, così violenta, spaccato di una società prosciugata dai valori morali: anziani abbandonati negli ospizi, miseria che attanaglia le metropoli, feste orgiastiche, persecuzioni razziali, droghe, omicidi e malavita.

Cannibalici e ultragore
Dalla seconda metà degli anni ’70 i Mondo Movies vengono incorporati in un altro filone che è orgogliosamente italiano: quello dei cannibalici. Le riprese documentaristiche sono incluse in trame dove i protagonisti si trovano dispersi nella giungla: lo schock del reale si unisce così a dosi di macelleria artefatta.
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Tra i precursori troviamo Umberto Lenzi con Il paese del sesso selvaggio; Sergio Martino con La montagna del Dio cannibale; Joe D’Amato con Emanuelle e gli ultimi cannibali. Ma il vero capolavoro del genere resta Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, che approdò nei cinema nel febbraio del 1980 suscitando clamore e proteste. Un gruppo di documentaristi sulle tracce della tribù degli Shamatari sparisce nella giungla amazzonica; di loro verranno ritrovate solo le bobine che hanno girato. A parte il fatto che il film anticipa di 20 anni The Blair Witch Project, oltre la patina grandguignolesca e violenta (la scena della tartaruga è davvero un pugno allo stomaco) il film è una potente denuncia alla società moderna, forse più attuale oggi che allora.

Cannibal Holocaust fece alzare l’asticella del mostrabile sullo schermo e negli anni ’80 il genere fiorì ulteriormente con Cannibal Ferox e Mangiati vivi! di Umberto Lenzi, Antropophagus di Joe D’Amato (a tratti apocrifo dato che non è ambientato in Amazzonia ma su un’isola greca) e Inferno in diretta dello stesso Ruggero Deodato.

L’exploitation caratterizza anche i Rape&Revenge italiani, che rispecchiano i canoni dal sottogenere aggiungendoci un guizzo d’inventiva. L’ultimo treno della notte di Aldo Lado è una versione sadica di Assassinio sull’Orient Express, La villa sperduta nel parco di Ruggero Deodato è una forte critica alla borghesia, La settima donna di Franco Prosperi ha come protagonista una suora e tangentemente Avere vent’anni di Fernando Di Leo è la paternale a certi atteggiamenti libertini degli anni ’70.
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In tempi recenti l’orgoglio nazionale del cinema gore è rappresentato dalla Necrostorm dei fratelli De Santi, casa di produzione indipendente (la maggior parte dei film vengono realizzati tramite crowdfunding) con 7 produzioni all’attivo, tutte talmente ultrasplatter da risultare caricaturali. Delle autentiche piogge di sangue, dall’esordio di Adam Chaplin del 2011 sino all’ultimo Hotel Inferno 2: The Cathedral of Pain.

Disturbing-Drama
Nel filone del cinema tossico vale la pena di ricordare la già citata trilogia di Claudio Caligari composta da Amore tossico, L’odore della notte, Non essere cattivo. Altri film del sottogenere sono Fuori vena e Fame chimica, entrambi ambientati nelle periferie milanesi.

Capolavoro massimo di questo cinema resta però L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria, storia di un tossico a zonzo per la Capitale. Il film, datato 1987, definito un ritorno al neorealismo del dopoguerra, molto deve ad Accattone di Pier Paolo Pasolini.
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E di Pasolini è anche uno dei film più affascinanti, misteriosi (letteralmente fu il suo testamento artistico) e controversi della cinematografia nostrana: Salò o le 120 giornate di Sodoma. L’opera è liberamente ispirata agli scritti del Marchese de Sade trasposti nella repubblica di Salò durante il tramonto del fascismo.

Altre opere degne di menzione (e necessarie di visione) sono: La ciociara di Vittorio De Sica, dramma del dopoguerra che valse l’Oscar a Sophia Loren. Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, thriller dai risvolti disturbanti incentrato su preti e bambini. Io, Caligola di Tinto Brass, dove tragedia, sesso e violenza fanno emergere un ritratto folle dell’Imperatore romano (che ha il volto di Malcon McDowell).

Infine il dittico Mary per sempre e Ragazzi fuori di Marco Risi, storia di un gruppo di adolescenti palermitani dentro e fuori dal carcere, alle prese con le loro vite alla deriva, prive di futuro nonostante i loro sforzi, figlie di una società in sfacelo.
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Alla fine di questo percorso ci sono film, vette massime del nostro cinema, che non possono essere considerati extreme ma che hanno avuto il merito di adattare idee, sangue e violenza per un pubblico meno esigente di quello contemporaneo.

Filmografie sotterranee di registi e attori sconosciuti ai più che rappresentano un orgoglio nazionale. Tra questi anfratti si annidano bizzarri ibridi che uniscono idee rubate a blockbuster di successo, ambientazioni nostrane, violenza e tantissima inventiva! Dai noir/polizieschi di Fernando Di Leo e Giorgio Scerbanenco alle derive violente del poliziesco (Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Luca il contrabbandiere), sino ai cult splatter di Fulci; dagli spaghetti western più trucidi (Mannaja non ha nulla da invidiare a un vero e proprio torture) al post-apocalittico dittico di New York a opera di Sergio Catellari e alla trilogia di Thunder con Mark Gregory nei panni di un simil-Rambo. Ma qui il discorso sta deragliando verso un’altra zona grigia del grande mare delle produzioni nascoste. Altrettanto interessante da indagare..

di Marco Filipazzi
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