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Big Man Japan: J-Horror, il rapporto con lo Shintoismo e il caso The Ring

Torniamo a parlare di cinema orientale: quali sono i legami tra l'ormai cult The Ring e le leggende giapponesi sui fantasmi e gli spiriti vendicativi?

Nello shintoismo sono pochi i funerali celebrati secondo i canoni religiosi. La mancanza di un concetto chiaro di anima, e la natura stessa dello shintoismo, lascia intendere che non esista un corrispettivo del paradiso cristiano ma che anche nella morte ci sia un legame indelebile con la natura.

Potremmo identificare l’anima nel concetto di tama, vale a dire “gioiello misterioso”, al quale si attribuiscono doti delicate (nigi-mitama) e altre invece violente (ara-mitama). Questo significa che dopo la morte il tama si stacca dal corpo continuando a esistere nel mondo, come fosse un fantasma. È difficile ipotizzare la direzione che prenderà il tama dopo la morte, ma la sua natura benevola piuttosto che vendicativa dipenderà da ciò che si è fatto in vita.
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Tutti i tama finiscono in un posto che si chiama Yomi, l’equivalente dell’Ade greco, dove non esistono premi o punizioni.

A differenza del Buddhismo, dove il concetto di reincarnazione enfatizza la vita dopo la morte, nello shintoismo molta più importanza viene affidata a questa vita: ogni male, morale o legale, viene provocato dall’intervento di uno o più spiriti cattivi sfuggiti allo Yomi.

In Giappone la religione concentra le proprie attenzioni sull’interiorità dell’uomo, piuttosto che soffermarsi a elaborare regole morali che influenzino la vita sociale. Nello shintoismo esistono tre termini che definiscono il peccato: tsumi, che rappresenta il crimine; wazawai, che indica l’infelicità e la calamità; kegari, che evoca l’impurità dell’uomo. In questo senso i Kami, ossia gli oggetti di venerazione shintoista, non cessano di apportare agli uomini disastri e impurità che vadano a minare l’esistenza normale e portino alla cattiva condotta.

Nelle correnti più recenti dello shintoismo si parla invece di Raikon come sinonimo di spirito o anima che al momento della morte assume uno status simile a quello dei Kami. Coloro che muoiono senza problemi e in felicità divengono spiriti ancestrali, festeggiati nel giorno di Obon. Chi muore infelice o di morte violenta diventa invece un fantasma, Yurei.
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Tutto questo evidenza un forte legame tra lo shintoismo e il J-Horror. Si prenda come esempio The Ring di Hideo Nakata, tratto dal romanzo dello scrittore horror Koji Suzuki: questo film ha affermato che la differenza tra horror orientale e occidentale risiede soprattutto nella visione della religione. L’horror occidentale spesso mostra la lotta tra il bene e il male, derivata dal cristianesimo, mentre quello orientale si basa sul rapporto tra vivi e morti.

Una delle leggende popolari, con forte connotazione shintoista, che più ha influenzato Hideo Nakata (oltre a film come Ju On di Takashi Shimuzu) é La casa dei piatti Bancho (Bancho Sarayashiki): narra la disavventura di Okiku, serva del samurai Aoyama Tessan; l'amore non corrisposto porta il samurai a vendicarsi sulla ragazza, facendole credere di essere la responsabile della sparizione di uno dei dieci piatti del prezioso servizio di famiglia.

Okiku lo cerca vanamente e alla fine, arresa, si presenta dal padrone in lacrime che pretende che lei si conceda in cambio del perdono. Dopo l’ennesimo rifiuto, il samurai la uccide e la getta in un pozzo. Vittima di morte violenta, lo spirito di Okiku rimane imprigionato e continuerà a perseguitare il samurai contando e ricontando i nove piatti che crede di aver irrimediabilmente rovinato.

Le analogie tra la leggenda e il film di Nakata sono subito evidenti e partono dal pozzo in cui viene gettata Okiku e in cui viene ritrovata Sadaku, spirito vendicativo nel film. Lo spirito vendicativo di un individuo morto in circostanze violente rimane imprigionato nei luoghi in cui è deceduto cercando vendetta nei confronti dell’assassino e di chiunque si intrometta, fino alla liberazione dai vincoli terreni.

E come la maledizione di Okiku termina quando qualcuno prosegue la conta dei piatti facendole credere di aver ritrovato il decimo piatto, allo stesso modo la maledizione della videocassetta del film di Hideo Nakata sembra trovare la sua fine solo nel momento in cui il cadavere di Sadako viene liberato dal pozzo che l’ha imprigionato per anni.

di Alfredo De Vincenzo
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