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Jurassic Park Approfondimento


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Jurassic Park: il primo dinosauro non si scorda mai

In attesa di vedere sul grande schermo un nuovo capitolo della saga, il 7 giugno, ricordiamo l'emozione del primo Jurassic Park, 25 anni fa

Se siete amanti del cinema, il primo nome di regista che avete imparato a conoscere, sin da piccoli, è stato quello di Steven Spielberg. Tra Ritorno al futuro, Gremlins, E.T. L'Extraterrestre, I Goonies... il suo nome era nei titoli di testa di alcune delle pellicole più amate tra anni '80 e '90.

Già all’epoca eravamo inconsciamente consapevoli che il suo nome fosse garanzia di qualità e, come lo direbbe un bambino, i suoi film erano una figata! Storie immortali, ambientate in luoghi lontani, in epoche diverse, piene di personaggi fantastici da conoscere, con cui vivere un’avventura.

Perché, diciamoci la verità, chi da ragazzino non avrebbe voluto andare alla ricerca del tesoro di Willy l’Orbo, accarezzare un cucciolo di mogwai o salire a bordo di una DeLorean volante diretta nel 2015? I protagonisti di quei film erano i nostri amici immaginari, personaggi privi delle moderne smussature che tendono a proteggere da tutto (e con tutto) i bambini.

E poi un giorno succede che quel signore con la barba, gli occhiali tondi e un berretto da baseball sempre calcato in testa decide di fare un film che racconta di un parco di divertimenti con i dinosauri. Dinosauri veri. L’ennesimo sogno reso reale da Steven Spielberg.

Benvenuti al Jurassic Park
Oltre a rimanere un esempio di meraviglioso cinema d’avventura, a distanza di svariati anni Jurassic Park rappresenta ancora la summa massima del cinema di Steven Spielberg, sotto ogni aspetto. La scena inziale è un prodigio di tecnica e regia, che nasconde molto più di quanto sembri.
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Il trasferimento del velociraptor nel recinto è una sequenza che riesce a creare tensione e paura anche senza mostrar nulla, né un dinosauro (solo il suo occhio) né tantomeno del sangue. E per farlo Spielberg ricalca pedissequamente il montaggio della famigerata scena della doccia di Psyco – una delle più efferate della storia del cinema, ma in cui non compaiono né sangue, né ferite, né frattaglie – indugiando sui primissimi piani di bocche urlanti e occhi sgranati e culminando nell’inquadratura di quella mano che scivola lentamente nel cerchio creato dalle braccia di Muldoon, mentre l’immagine si dissolve su di un corso d’acqua. Se non è un omaggio a Alfred Hitchcock questo.

In Jurassic Park emergono diversi temi cari al regista di Cincinnati, dalla mancanza di una figura paterna (che per Lex e Tim diventerà il professor Grant) all’ennesima declinazione di concetti come sogno e sognatore (incarnati da John Hammond e il suo parco), sino una delle più famigerate “Spielberg face” della sua filmografia: quando Ellie e Alan vedono per la prima volta un dinosauro con i loro occhi.
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Il film è anche un concentrato di teorie scientifiche al tempo all’avanguardia (i dinosauri a sangue caldo, l’evoluzione che gli ha portati a diventare uccelli) con diversi spunti di riflessione su argomenti delicati come la vita, la creazione e l’esistenza. Ma è anche un manuale di regia quando si tratta di girare scene di tensione come quella dei velociraptor in cucina, che fa scuola nonostante abbia 25 anni sulle spalle. Anche se il vero motivo per cui il film è ricordato è la prodigiosa resa visiva dei dinosauri.

25 anni e non sentirli
L’11 giugno del 1993 Jurassic Park arriva nelle sale americane, ma nel nostro Paese si deve aspettare il 17 settembre per poterlo vedere. Io non so quanti anni avevate voi nel 1993: io ne avevo 7 ed era l’età più giusta per andare al cinema a vedere un film con i dinosauri.

Il primo, un Brachiosauro di 9 metri, appare sullo schermo dopo appena 15 minuti di film, mostrato a schermo intero e sotto l’abbagliante luce del sole. Un’inquadratura che ostenta tutta la sfrontatezza di Steven Spielberg nel mostrare nella maniera più chiara e inequivocabile possibile il suo ultimo prodigio, nonchè la potenzialità (che ora sappiamo infinita) della nascente CGI.
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Nel film i dinosauri hanno preso vita grazie a un misto di computer grafica agli albori, animatronic a grandezza naturale, attori in costume e animazioni in stop-motion; una serie di tecniche talmente diverse tra loro che solo un genio come Spielberg poteva frullarle e portarle sullo schermo conferendogli una resa così organica. Rivisti 25 anni dopo, gli effetti speciali di Jurassic Park competono con diverse produzioni contemporanee: il merito è soprattutto del fatto che queste tecniche siano sfoggiate ma mai ostentate.

Su 127 minuti di film, infatti, i dinosauri compaiono in scena solo per 15, con inquadrature o sequenze realizzate con criterio e sfoderate al momento giusto per stupire non solo i bambini, ma il pubblico in generale. Senza dubbio Jurassic Park era nel 1993 un film “sperimentale” e portare in scena un dinosauro richiedeva un lavoro molto più complesso e ben diverso da quello di oggi. Ma la domanda è un’altra: Jurassic Park sarebbe stato davvero un film migliore se i dinosauri si fossero visti di più? Io non credo.

Oggi siamo assuefatti dalla CGI, perennemente in cerca di una nuova dose. Abbiamo visto letteralmente di tutto e i dinosauri non sono più così stupefacenti come lo erano 25 anni fa. Ma la prima volta non si scorda mai. Per questo rivedere oggi Jurassic Park ci fa sentire ancora le stesse sensazioni provate da bambini, quando siamo entrati in sala nel 1993, ignari di ciò che ci attendeva sullo schermo: stupore e meraviglia, come la prima volta in cui abbiamo posato gli occhi su un “vero” dinosauro.

di Marco Filipazzi
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