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Lars Von Trier: il cinema come terapia e la Trilogia della Depressione

Aspettando The House That Jack Built, approfondiamo il cinema di Lars Von Trier tra ossessioni, incubi e catarsi

«Due anni fa ho avuto una forte depressione, per me è stata una nuova esperienza. Tutto mi pareva futile, non riuscivo più a lavorare. Sei mesi dopo, per allenarmi, ho scritto una sceneggiatura: una sorta di terapia, ma anche un test per vedere se avrei potuto ancora fare un film. Un film che ho girato senza grande entusiasmo, usando metà delle mie doti fisiche e intellettuali».

È così che Lars Von Trier presenta quello che viene definito come primo capitolo della trilogia della depressione, Antichrist, al Festival di Cannes del 2008.

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Una dichiarazione che, in maniera lampante, ci permette di comprendere l'importanza della terapia nell'opera di Von Trier. Soprattutto nei film più recenti del regista, che si raggruppano in quella che viene definita dalla critica come Trilogia della Depressione: Antichrist, (2008), Melancholia (2011) e Nymphomaniac - Volume 1 e Nymphomaniac - Volume 2 (2013).

In tutte e tre le pellicole le protagoniste femminili attraversano una fase di forte crisi esistenziale che scaturisce in fobie, depressione e negazione del piacere. Fasi che vengono accompagnate sempre da fenomeni paranormali che mettono in dubbio la fede e le certezze degli uomini.

Incertezze che divengono pura sofferenza già in Antichrist (2008), dove una sempre perfetta Charlotte Gainsbourg interpreta una donna che soffre di depressione a causa del senso di colpa per la morte del figlio. È una vera e propria terapia psicanalitica che il regista porta sul grande schermo: e la depressione porta all'autodistruzione e alla negazione del piacere, in un finale da stomaci forti. I protagonisti di questi film ci parlano di un'umanità disperata che ha la necessità di trovare l'ordine nel caos, ma che soccombe; come ci ricorda una sequenza da brividi dove la volpe ci dichiara che «Il caos regna». Viene messa in scena la pura crudeltà dell'uomo. Il regista si mette a nudo verso quello che è per lui l'uomo e la sua indole e libera tutti i suoi demoni.
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I demoni sembrano davvero accompagnare Lars Von Trier, ma si concretizzano nel quotidiano del regista in paturnie di poco conto: come il non prendere aerei e spostarsi solo in macchina o in camper o con una sola compagnia di treni. Per andare a Cannes, Lars ha attraversato tutta l'Europa con il suo camper. E poi c’è l'ipocondria e la paura di avere un tumore; i disturbi nervosi, la claustrofobia e gli attacchi di panico, l’insonnia e la difficoltà ad alzarsi dal letto; la dissociazione dal corpo e il tremolio perenne delle mani. Ma il disturbo più sentito è la melanconia, la tendenza ad agire con molta calma in situazioni di forte stress. Questa reazione è dovuta all'accettazione del peggio, a un forte pessimismo che porta ad aspettare sempre lo scenario più drammatico in qualsiasi situazione.

Questo disturbo porta alla scrittura e direzione di Melancholia (2011). Protagonista è Kirsten Dunst, attrice che, all'epoca della pellicola, era anch'essa appena uscita da un periodo di depressione. La Dunst racconta come Lars Von Trier abbia ammesso di essersi ispirato alla sua personale battaglia contro alla depressione: Justine, alter ego femminile dell’autore, agisce nel film come il regista ha fatto realtà durante la sua crisi; il pianeta Melancholia è la concretizzazione della depressione e dello stato di accettazione del peggio e di conseguenza dell'accettazione del destino e del caos. Fin dall'intro criptica ed esteticamente perfetta, si respira quest'aria d'incertezza e impotenza che ci accompagnerà per tutta la pellicola. È la rappresentazione dell'inevitabile, del destino e della sofferenza umana.
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Sofferenza che si riscontra anche nell'ultima pellicola della trilogia, divisa in Nymphomaniac - Volume 1 e Nymphomaniac - Volume 2 (il film è un unicum, diviso in due parti per motivi di post-produzione e distribuzione). A differenza di quel che ci dice il pomposo titolo, e da quel che di conseguenza ci si possa aspettare, il tema del film è ancora la solitudine. È una vera e propria seduta analitica, dove Lars Von Trier è narratore (Joe) e ascoltatore (Seligmann): cerca di rendere più accettabili le sue pulsioni, dichiarate da Joe, con la cultura e le citazioni elevate di Seligman. Si tratta di un percorso di superamento della solitudine e di ricerca dell'armonia attraverso la propria visione del sesso.
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È qui, nel cinema di Lars Von Trier, che più che mai il dolore diviene ispirazione e allo stesso tempo espiazione. Porta il regista a lavorare con lucidità a storie e a simbologie complesse e profonde che riescono a scavare nella parte più oscura del genere umano, che da sempre ci affascinano. Con uno stile e una regia che è pura estasi.

di Samantha Ruboni
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