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Notti Magiche Approfondimento


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Paolo Virzì, come si racconta l'Italia che cambia

Con Notti Magiche è al suo 14esimo film: ma come è cambiato il cinema di Virzì dall'esordio, nel 1994? Ecco una panoramica sul suo cinema

Paolo Virzì, con Notti magiche, ha appena portato in sala il suo quattordicesimo lungometraggio. Il film analizza, come già in molti dei suoi precedenti lavori, il disfacimento della società italiana: in questo caso si tratta di un ritratto spietato del mondo del cinema e della sua, progressiva, perdita di valori e professionalità.
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Ambientato durante i mondiali di calcio di Italia ’90, il film prende l’avvio nel momento in cui la Nazionale italiana viene eliminata ai rigori dall’argentina di Maradona. Finiscono le Notti cantate dalla coppia Nannini-Bennato e finiscono i sogni di gloria di una nazione intera: finisce anche, per l'Italia, quello stile di vita individualista e frivolo rappresentato dagli anni Ottanta. Gli anni bui si sarebbero, di lì a poco, palesati agli occhi di tutti.

Ma chi è Paolo Virzì, il regista di Piombino che ha avuto negli anni l’ambizione e la capacità di raccontare l’Italia che cambia?

Gli esordi
La prima regia di Paolo Virzì è del 1994: La bella vita è ambientato nella sua città natale all’epoca della dismissione di una parte delle acciaierie, fra le principali fonti di reddito dei suoi abitanti.

Il film, con Claudio Bigagli, Sabrina Ferilli e Massimo Ghini, è la continuazione ideale della commedia all’italiana: sociale e personale raggiungono qui una naturale fusione.

La bella vita rappresenta uno spaccato significativo di un’Italia che, verso la metà degli anni Novanta, assiste a un pesante declino economico e culturale. La crisi di una famiglia derivante dalla perdita del posto di lavoro conseguente alla crisi della fabbrica, diventa simbolo della perdita di identità di una città e di un Paese intero, ammaliato sempre più dalle sirene del guadagno facile e della fama, per altro effimera, legata al mondo della televisione e dello spettacolo.

I sogni e la provincia: gli anni Novanta
La messa in scena dei vizi e dei problemi del nostro paese è una costante nella quasi totalità dei successivi film del regista toscano. A cominciare da Ferie d’agosto (1996) e Ovosodo (1997). Nel primo il sempre più dilagante qualunquismo entra prepotentemente nei discorsi dei vari personaggi, impegnati, chi per un verso chi per un altro, a fare del proprio ombelico il centro del mondo.
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Il secondo, che prende il titolo dall'omonimo quartiere di Livorno, è un film di formazione che attraversa tre decenni della storia italiana raccontando l’amicizia prima, e poi il progressivo allontanamento, di due ragazzi di classe ed estrazione sociale opposta.

Dopo alcune prove meno riuscite quali Baci e abbracci (1999) e My Name is Tanino (2002), Virzì realizza Caterina va in città. Un’opera riconosciuta da molti come un omaggio ai maestri del cinema italiano, da Ettore Scola a Mario Monicelli. Ma soprattutto, un omaggio a Federico Fellini, nel decennale della sua scomparsa.
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Si percepisce in questo film l’eco del grande cinema: Paolo Virzì e il suo fidato sceneggiatore Francesco Bruni raccontano lo spaesamento di una tredicenne che, dalla provincia, si ritrova improvvisamente catapultata a vivere nella capitale, venendo a contatto con mondi diversi e opposti ma, inesorabilmente, tutti respingenti.

L’omaggio a Fellini è evidente: come scrive Tullio Kezich sul Corriere della Sera in occasione dell’uscita del film:

«Giova ricordare che il primo titolo di La dolce vita era proprio Moraldo in città, che l'idea di base era quella di un immigrato alla conquista di un mondo attraente e respingente nello stesso tempo. Sicché a distanza di oltre 40 anni i due film tendono ad assomigliarsi, tranne che per l'aggettivo dolce. Oggi di dolce non c'è davvero più niente. Consumismo, intrallazzo, intrighi politici e stupidità trionfano, mancano riferimenti e modelli, non sappiamo a quale santo votarci. Se quella di Fellini era La bella confusione (primo titolo di 8 ½), la confusione attuale è brutta e basta».

Gli anni Duemila tra caos e follia
La confusione di cui parla Kezich si percepisce anche - e soprattutto - nella testa di Marta, protagonista di Tutta la vita davanti. Isabella Ragonese interpreta una laureata (con lode) in filosofia, alla ricerca di un lavoro: tutto quello che riuscirà a trovare sarà un impiego presso il call center di una ditta che vende robot da cucina. Il film è una rappresentazione in chiave ironica e grottesca del mondo del lavoro sempre più precarizzato e dell’ignobile e scriteriato sperpero che si fa in Italia delle menti eccelse di molti nostri giovani laureati.

Nel successivo La prima cosa bella Paolo Virzì torna sugli schermi con una storia più intimista che, come scrive Roberta Ronconi su Liberazione «ci ricorda il meglio della nostra storia di italiani e di autori cinematografici, crea personaggi … indelebili, fa correre la sua macchina da presa in perfetto tempo musicale».
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Torna a girare a Livorno, la città che ama e che, per lui rappresenta, come è stato più volte detto, ciò che Marsiglia rappresentò per Marcel Pagnol e che rappresenta ora per Robert Guediguian. E, come Guediguian utilizza la moglie Ariane Acaride, anche Virzì si affida alla bravura della propria compagna Micaela Ramazzotti per creare un personaggio femminile di notevole spessore. La stessa attrice tornerà, affiancando Valeria Bruni Tedeschi, ne La pazza gioia, film del 2016 che ha riscosso un ottimo successo di critica e, soprattutto di pubblico, arrivando a incassare, solo nel nostro paese, oltre 6 milioni di euro.

Storia di amicizia fra due donne poste ai margini della società: ospiti di una casa di cura per malattie mentali ed entrambe classificate come socialmente pericolose, svilupperanno un’amicizia che le porterà a fuggire dalla struttura alla ricerca di po’ di felicità a loro negata. Un on the road che scava nella psicologia delle due donne, così diverse fra loro eppure accomunate da un unico destino.

Virzì, autore del film insieme a Francesca Archibugi, coglie in maniera brillante tutto il dolore delle due protagoniste, raccontando allo stesso tempo e ancora una volta, vizi e virtù del Paese.
Paolo Virzì in oltre vent’anni di carriera – e dopo l’esordio americano l’anno scorso con Ella & John – The Leisure Seeker, è riuscito a ritagliarsi un posto di primo piano nel nostro cinema. Diretto discendente dei maestri della commedia all’italiana, continua a raccontare storie e, attraverso di esse, personaggi che rappresentano un po’ tutte le figure umane.

Lo fa miscelando sapientemente tratti leggeri e grotteschi a altri più drammatici, proponendoci un cinema mai scontato e per questo importante e significativo. Certo, non sempre riesce a graffiare. A volte, come accade in Notti magiche, risulta poco incisivo e i suoi personaggi, eccedendo nel grottesco, perdono di potenza. Ma di un regista come lui il cinema – e non solo quello italiano – non può fare a meno.

di Marcello Perucca
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