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Non ci resta che il crimine e gli altri: quando il cinema italiano ride della Malavita

In occasione dell'uscita in sala del nuovo film di Massimiliano Bruno, Non ci resta che il crimine, ricordiamo alcune delle più riuscite commedie italiane dedicate al mondo della criminalità

Massimiliano Bruno è un regista che, da sempre, utilizza il suo estro per raccontare storie controverse con ironia e sagacia: ha affrontato temi scottanti, dalla prostituzione al precariato, arrivando a descrivere persino una certa politica, mantenendo un tono sferzante e mai banale.

A conferma di ciò, arrivano i riconoscimenti: otto anni fa ha ottenuto il Nastro d’Argento con Nessuno mi può giudicare, Miglior commedia; nello stesso anno, l’attrice protagonista del film, Paola Cortellesi, vinse il David di Donatello.

Dal 2011 ha confezionato innumerevoli commedie divertenti, successi di pubblico come Gli ultimi saranno ultimi – portato anche a teatro – e Beata ignoranza, sino all’ultimo lavoro in uscita: Non ci resta che il crimine.
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Il regista romano stavolta sembra chiedere al pubblico: si può scherzare sulla criminalità? A quanto pare sì, purché venga fatto con intelligenza e studio. Il rischio di enfatizzare, in maniera errata, stereotipi negativi è dietro l’angolo. Specialmente quando si sceglie di riportare all’attenzione vicende legate alla nota Banda della Magliana, già oggetto di film e serie tv. Cosa c’è da ridere? Apparentemente nulla, a meno che il sorriso non sia il rimedio per esorcizzare e annientare meccanismi socio culturali, purtroppo, ampiamente in voga nel nostro Paese.

Non ci resta che il crimine, infatti, suona come una sorta di goffa affermazione di appartenenza che caratterizza i nostri confini: una specie di elevamento a potenza dell’assunto “mafia, pizza e mandolino” che ha rappresentato l’Italia in tempi non sospetti.

Questa riqualificazione dei luoghi comuni, finalizzata a distruggerli con ilarità, non è una novità: dai tempi de I soliti ignoti di Mario Monicelli si scherza con le bande criminali, seppure improvvisate.

Andando ai casi più recenti potremmo citare La leggenda di Al, John e Jack (2002): il trio comico, in quell’occasione, riproponeva la criminalità italo-americana degli anni Sessanta in modo goffo e grossolano per tirare fuori le fragilità di ogni personaggio che sembrava inserito forzatamente entro un universo di cattiveria.

Il tutto favorito da un’asse temporale remoto e lontano dall’immaginario del pubblico. Più difficoltà aveva avuto, invece, Roberto Benigni nel 1991, per quella che è diventata una vera e propria perla: Johnny Stecchino ha descritto con ironia non soltanto gli ambienti mafiosi in Italia, ma in particolar modo ha ritratto quell’omertà che coinvolgeva la gente comune.
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Negli ultimi tempi, la criminalità è cambiata, così come il modo di vederla. Quindi, l’ironia diventa più sottile, quasi senza senso: chiedere a Enrico Lando che, nel 2016, porta al cinema Herbert Ballerina con Quel bravo ragazzo. Il film presenta l’ardire ulteriore di immaginare le possibili conseguenze se a capo delle cosche mafiose ci fosse un uomo ingenuo e stralunato: espediente preso in prestito da La bomba, diretto da Giulio Base nel 1999.

Veniamo ora a quel filone sentimentale che guarda al passato per descrivere il futuro: Pif concepisce nel 2013 La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore nel 2016. Entrambi i lavori descrivono il crimine come particolare di contorno alle vite di diverse generazioni. Romanticismo e piombo, per intenderci. Con tutto quello che ne concerne, mantenendo quel tatto congeniale ad eventi nefasti.

Senza voler scomodare Mario Monicelli, possiamo dire che l’Italia - almeno al cinema – ami scherzare con il fuoco. Pagine buie della nostra storia possono essere rielaborate, con garbo e maestria, per provare a riderci su.

di Andrea Desideri
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