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Lion: di cosa parla il cortometraggio horror di Davide Melini

Un corto potente, che racchiude tutti i pregi e i cliché del cinema horror: perché il film di Melini piace alla critica e al pubblico

Abbiamo parlato tante volte del panorama horror italiano contemporaneo. Considerato un genere minore, di nicchia, bistrattato dalla grande distribuzione, negli ultimi anni ha dato prova più volte di essere fiorente e soprattutto competitivo, sia in patria che (maggiormente) all’estero.

Una lezione che le grandi case di distribuzione, anche se con molto scetticismo, stanno imparando a comprendere. Perché se da una parte manca la volontà d’investire capitali in questo genere – il discorso vale per l’horror in particolare, ma impatta anche molti altri sottogeneri, anche se in misura minore – dall’altra possiamo assistere a un continuo fiorire di prodotti di questo tipo che però, purtroppo, restano per la maggior parte relegati nel circuito indipendente e solo in rarissime occasioni arrivano nelle sale, al grande pubblico.
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Osservando questo microcosmo è impossibile non notare un ribollire d’idee, ambizioni e maestranze che nulla hanno da invidiare a quelle estere dal punto di vista tecnico e pratico. L’ennesima dimostrazione è Lion di Davide Melini.

Un cortometraggio conciso, potente, che racchiude tutti i pregi e i cliché (in senso positivo) del cinema horror.

C’è una casa isolata nel bosco, c’è una famiglia disfunzionale, c’è un padre ubriacone e violento, c’è un’entità misteriosa, c’è lo splatter e c’è il sangue. Ma soprattutto, come ogni buon horror che si rispetti, Lion ha imparato la lezione di George A. Romero, ovvero il genere sfruttato come metafora di denuncia sociale. Una sfida non da poco, se si considera il fatto che tutto ciò è condensato in appena 14 minuti, che si abbassano a 9 di “racconto puro” se si omettono i titoli di testa e di coda.

La storia risulta essere molto efficace proprio grazie alla sua semplicità e al fatto che viene costruita sopra archetipi più che consolidati. In uno chalet isolato, nel mezzo di una foresta innevata, un uomo sfatto tracanna birra e fuma nervosamente mentre fa zapping in tv. Nella stanza accanto una donna remissiva, impaurita, non può far altro che assecondare le sue richieste. Al piano superiore il figlio della coppia dorme stretto al proprio leone di peluche quando il silenzio della notte viene squarciato da grida di morte.

Il regista, Davide Melini, classe 1979, si è fatto le ossa come assistente e regista della seconda unità di serie tv del calibro di Rome e Penny Dreadful e, in patria, alla corte di Dario Argento sul set de La terza madre. Lion è il suo quinto cortometraggio, il terzo a ottenere riconoscimenti internazionali (prima di lui ci sono stati The puzzle e La dolce mano della rosa bianca), di sicuro il più premiato.

Un prodotto del genere è davvero un motivo di orgoglio tricolore dato che, al momento, si è aggiudicato oltre 230 premi (più altre 95 nomination) in svariati festival sparsi per il globo, fregiandosi del titolo di «cortometraggio horror più premiato della storia».

Giusto per citare i pricipali: a Los Angeles ha vinto l’Hollywood International Moving Pictures Film Festival 2017 (miglior film horror) e il LA Film Awards (Miglior film fantastico e Migliori Effetti Speciali); al Barcellona Planet Film Festival si è aggiudicato il premio come Miglior regia; al London Independent Film Awards 2017 quello di Miglior Corto Horror/Thriller/Sci-fi. In Italia è stato selezionato ai David di Donatello 2018 per concorrere nella categoria di Miglior corto.

di Marco Filipazzi
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