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Robert Rodriguez: perchè è il regista giusto per dirigere Alita

Horror, violenza e cinema per ragazzi: breve viaggio nella carriera di Rodriguez, dagli esordi messicani a Sin City, fino al sodalizio con James Cameron

James Cameron ha covato l’idea di portare al cinema il manga dedicato ad Alita per quasi 20 anni. È stato uno dei progetti su cui ha investito di più. Ma quando, finalmente, giunge il momento di entrare in produzione, si ritrova a dover fare una scelta: dirigere il live-action Alita: Angelo della battaglia oppure Avatar?

Sceglie il secondo, solo perché lo sentiva “più suo”, ma seguita a sviluppare Alita in veste di sceneggiatore, produttore e consulente creativo, affidando però la regia al collega Robert Rodriguez. Il regista, di origini messicane, potrebbe apparire una scelta azzardata, sia per i generi bazzicati (i suoi film più famosi sono l’horror-pulp Dal tramonto all’alba e i western/action della trilogia del Mariachi), sia per i budget che è abituato a gestire (la sua produzione più costosa è Sin City con 60 milioni di dollari; quella di Alita è di circa il quadruplo, 220 milioni).
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Ma da una più attenta analisi della sua filmografia emerge invece il profilo di un cineasta a tutto tondo, in grado di occuparsi tanto della parte tecnica, quanto di quella artistica; in grado di bilanciarsi tra incredibili exploitation e film per ragazzi, realizzati pensando ai suoi cinque figli.

Ecco perché, con il senno di poi, Robert Rodriguez era una scelta quasi obbligata per un film come Alita: Angelo della battaglia.

Anni ’90: rosso sangue
Rodriguez esordisce nel 1992 con El Mariachi, un action in cui un chitarrista viene scambiato per un sicario. Cura di persona ogni aspetto della produzione - regia, sceneggiatura, riprese, fotografia, sonoro e montaggio - per risparmiare sulla manovalanza.

Girato a Città del Messico, con un budget di 7.000 dollari sborsati di tasca propria (erano soldi che si era guadagnato facendo da “cavia umana” in un centro di richerce ad Austin), viene presentato al Sundance dove vince l'Audience Award come miglior film drammatico e rastrella altri premi in svariati festival sparsi per il globo.
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Tre anni più tardi Rodriguez ne realizza un sequel con un badget nettamente superiore (7 milioni) e mezzi hollywoodiani. Desperado diventa il manifesto della sua filmografia e racchiude numerosi elementi che in seguito ricorreranno, in modi e declinazioni differenti, in tutti i suoi film.

Negli stessi anni stringe amicizia con un altro outsider emergente: Quentin Tarantino. I due condividono l’amore per il cinema di genere del passato, da cui nasce il cult Dal tramonto all’alba, diretto da Robert Rodriguez e scritto e interpretato da Quentin Tarantino. La storia di due fratelli malviventi, che devono arrivare in Messico per chiudere un affare, ma che rimangono intrappolati in un pub nel mezzo del deserto, braccati da orripilanti vampiri.

Nel 1998 adatta una sceneggiatura di Kevin Williamson, che dopo aver reinventato lo slasher con Scream, ci prova anche con la fantascienza: The Faculty mixa suggestioni prese di peso da L’invasione degli ultacorpi e La cosa con le teen-comedy di fine millennio. Peccato che, all’uscita in sala, il film viene estremamente sottovalutato.

La saga di Spy Kids
All’inizio degli anni 2000 Robert Rodriguez fonda la sua casa di produzione, i Troublemaker Studios, e mette in cantiere un film per ragazzi incentrato su di una famiglia di agenti segreti: Spy Kids. Come se avesse una doppia personalità, abbandona la sua vena più violenta e orrorifica in favore di un intrattenimento più blando, iniziando anche a esplorare il potenziale offerto dalla CGI.
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Il film annovera tre sequel, i primi due usciti in rapida successione: Spy Kids – L’isola dei sogni perduti e Missione 3D – Game Over (dove Rodriguez schiaccia l’acceleratore sulla tecnologia 3D, anticipando “la moda” che sarebbe imperversata al cinema alcuni anni più tardi); più un terzo, uscito nel 2011, Spy Kids 4 - È tempo di eroi. Nello stesso periodo chiude anche la Trilogia del Mariachi con C’era una volta in Messico, il capitolo meno convincente della storia del chitarrista.

Ritorno alla violenza
Nel 2005, dopo aver sperimentato a sufficienza la tecnologia digitale, Robert Rodriguez inizia a corteggiare il fumettista Frank Miller, nel tentativo di convincerlo a cedergli i diritti di trasposizione della sua opera più famosa: Sin City.

Nella città del peccato si fondono noir, pulp e ultraviolenza… conditi da un bianco e nero nettissimo - da fumetto, appunto - che rende vive le tavole di Miller. Il risultato è strabiliante, il successo clamoroso, al punto che tutti si aspettano un imminente sequel. Arriverà solo nove anni più tardi, fiacco, svogliato e fuori tempo massimo.
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In seguito Rodriguez torna a sperimentare il 3D con Le avventure di Sharkboy e Lavagirl, altra avventura per ragazzi scritta insieme al figlio Marcel, occupandosi anche di fotografia, montaggio e musiche come già aveva fatto per la saga di Spy Kids e con il futuro Il mistero della pietra magica.

A queste produzioni per famiglie seguita ad alternare quelle per adulti: dal suo omaggio al cinema grindhouse concepito con l’amico Tarantino, Planet Terror, ai due capitoli della saga di Machete (la cui idea è nata proprio sul set di Grindhouse).

Con sedici pellicole giunte in sala in circa 20 anni, Robert Rodriguez si è dimostrato senza dubbio un cineasta prolifico ed eclettico, in grado di dirigere racconti fanciulleschi e ritrarre lo stupore dell’infanzia, come di elaorare complesse scene d’azione e violenza.

Dopo l’uscita di Sin City - Una donna per cui uccidere (era il 2014) entra in contatto con James Cameron e si dedica anima e corpo ad Alita: Angelo della battaglia. E per cinque anni i due hanno lavorato spalla a spalla in cerca del modo migliore di entrare in sintonia con quel mondo e sviluppare le tecnologie necessarie per renderlo reale agli occhi dello spettatore. Il risultato arriva in sala giovedì 14 febbraio.

di Marco Filipazzi
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