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Game of Thrones: per tutti quelli che sanno che l'Inverno è arrivato

Dopo che scopriremo chi sarà a dominare sui Sette Regni, dovremo fare i conti con un nuovo vuoto che difficilmente riusciremo a colmare

C’è stato un tempo in cui il fantasy era trattato con sufficienza, considerato un genere minore, per nerd… quando ancora la parola nerd era usata in senso dispregiativo. Un tempo in cui chi parlava di draghi, elfi e folletti era un emarginato sociale che cercava rifugio in regni di fantasia. Poi, nel giro di un mese, a cavallo tra il dicembre 2001 e il gennaio 2002, arrivarono nelle sale in rapida successione Harry Potter e la pietra filosofale e Il signore degli anelli – La compagnia dell’Anello, che sdoganarono il genere.

Le masse entrarono in contatto con il mondo di chi aveva trascorso anni a leggere le opere di Tolkien, Brooks, Lewis, Martin e a giocare convulsamente a D&D. E dato che il pubblico pareva apprezzare, e Hollywood aveva un disperato bisogno di idee, le sale si saturarono presto di prodotti del genere, anche se con lo standard dettato da Il signore degli anelli e Harry Potter era difficile competere.

Inutile dire che i risultati furono perlopiù disastrosi e il fantasy tornò a essere un genere per ragazzi (e nerd, ovvio).
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In seguito all’enorme vuoto lasciato dalla conclusione della Trilogia dell’Anello i fan sembravano chiedere a gran voce una nuova dose di fantasy. Per me, che non ero proprio a digiuno, avevo letto Tolkien già prima di vedere l’adattamento di Jackson, conoscevo i fondamentali di D&D e masticavo un po’ delle saghe di Dragonlance e Shannara, il consiglio di un amico, che mi consigliò la lettura de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, arrivò a fagiolo. Così incontrai il mondo creato da George R.R. Martin, salvo perdermi in un dedalo di nomi, personaggi, casate, luoghi e intrecci. Non conclusi mai il primo volume, non lessi mai della decapitazione di Ned Stark, semplicemente lo abbandonai amareggiato su una mensola a prendere polvere.

Passarono gli anni, le mode, i generi e il 23 maggio 2010 AMC trasmise l’ultima puntata di Lost che, per quanto controversa e discutibile, lasciò di nuovo un enorme vuoto sia nel cuore degli spettatori, sia nel palinsesto tv. J.J. Abrams aveva dimostrato al mondo (di certo non fu il primo, ma sicuramente fu quello più lungimirante) che le serie potevano essere la nuova frontiera dell’intrattenimento. Puntata dopo puntata, stagione dopo stagione, Lost aveva inchiodato gli spettatori alla poltrona, seducendoli, intrigandoli, ammaliandoli con domande e misteri che si trascinavano nel tempo. Come un’Idra a cui veniva mozzata la tesa, alla risoluzione di ogni enigma se ne presentavano almeno altri tre, susseguendosi così in un’eterna ricerca di risposte.
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Se al cinema l’hype per un film durava una manciata di mesi e si esauriva al momento della sua uscita (problema in parte arginato anche in questo caso da una serializzazione, con continui sequel e, più avanti, la creazione di universi condivisi), per le serie tv era possibile trascinarlo nel tempo, per anni, pompandolo all’inverosimile, lasciando lo spettatore costantemente sul filo del rasoio. Che poi la trama di Lost si sia sfilacciata nel corso delle 6 stagioni, perdendo di vista la storyline per procedere per accumulo d'idee sempre più fantascientifiche, questo è tutt’altro discorso; ciò che importa è quanto fosse sulla bocca di tutti durante il periodo della sua messa in onda, accrescendo il proprio fandom stagione dopo stagione.

Si può tranquillamente affermare che rivoluzionò il concetto stesso di serie tv. Meno di un anno dopo, il 17 aprile 2011, andò in onda sulla tv via cavo HBO il primo episodio de Il trono di spade. Quello che si parò davanti agli occhi del mondo non era un fantasy in senso classico, non si apriva con la storia di un artefatto incantato nelle mani di una strana razza di gnomi dai piedi pelosi che vivevano in buche sottoterra. Appariva reale, autentico, come se fosse una serie storica. Antiche e nobili casate che vivevano in fortezze medioevali e parlavano di onore, gloria, lealtà e giuramenti. A conti fatti nel primo episodio, il solo elemento fantastico (a parte i nomi di questo regno inventato a cui lo spettatore doveva abituarsi) è la presenza dei metalupi, che però apparivano più come un elemento di folklore popolare. Leggende medioevali, appunto.
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Sarà stata l’introduzione graduale degli elementi fantasy, il solido e ammaliante intreccio delle parole di George R.R. Martin, lo standard altissimo con cui la prima stagione è stata confezionata, ma molti telespettatori si convinsero che avevano trovato il modo di colmare quel vuoto che provavano dentro. Il passaparola fece il resto, trasformando la serie in un fenomeno di massa sempre più dilagante, riuscendo (almeno all’inizio) a conquistare sia gli stoici conoscitori dei libri, sia il pubblico che non aveva mai sentito parlare del mondo di Westeros. Un viaggio che è durato 8 anni, lungo 7 stagioni, durante i quali è riuscito ad accrescere sempre di più la propria schiera di fan, e che si sta preparando a volgere al termine. Siamo agli sgoccioli, l'ultima stagione è alle porte, l'Inverno è finalmente arrivato e solo una manciata di puntate ci separano dallo scoprire chi vincerà il gioco e si siederà infine su quel maledetto Trono.

Una domanda ancora priva di risposta dato che l’opera cartacea di Martin non è ancora giunta a compimento (maledetto!) e in ogni caso le due storyline hanno imboccato strade differenti e irreversibili già da un po’ di tempo. E una volta che scopriremo chi sarà a dominare sui Sette Regni, appagati o meno, tutti noi dovremmo fare i conti con un nuovo vuoto che difficilmente riusciremo a colmare.

di Marco Filipazzi
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