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Game of Thrones - Stagione 8: un finale senza cuore

Dopo una stagione a dir poco altalenante e un finale decisamente chiacchierato, proviamo a giudicare la conclusione di Game of Thrones come il fenomeno che questo show ha rappresentato

«Ho raccontato la mia storia fino alla fine e sono soddisfatto... Quella cosa che chiamano lieto fine non esiste. Non ne ho mai trovato uno che fosse alla pari di "C’era una volta". I finali sono senza cuore.

Finale è solo un sinonimo di addio».

Mentre Jon Snow scompare tra i boschi a nord della Barriera e l’inquadratura va a nero sul mondo di Westeros, queste parole sembrano più che mai adatte: si tratta del commiato con cui Stephen King si congeda dal Fedele Lettore alla fine della ventennale saga de La Torre Nera.
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Dopo una stagione a dir poco altalenante e un dittico finale che Sì-bello-ma, a una manciata di giorni dalla conclusione di Game of Thrones, dopo averne discusso con praticamente chiunque avesse seguito lo show e dopo aver letto ogni possibile opinione online, queste parole sono di certo il miglior giudizio possibile.

Game of Thrones: un epilogo che divide
Sin dal primo episodio, quest’ultima stagione ha fatto storcere il naso a moltissimi fan: al punto che sono partite petizioni per convincere HBO a girare nuovamente le sei puntate finali dello show. Il fatto che la petizione abbia raccolto quasi un milione di firme è un forte indice di quanto Il trono di spade sia diventato un fenomeno globale. Il finale di serie, The Iron Throne, è stato visto in USA da 19.3 milioni di spettatori, diventando l’episodio HBO con il maggiore indice d’ascolto di sempre.

Quindi mettere in croce David Benioff e D.B. Weiss (creatori della serie, che dalla quinta stagione in poi hanno dovuto “improvvisare” dato che George RR Martin sta ancora scrivendo i libri) non ha alcun senso. Avrebbero potuto spremersi di più le meningi e sforzarsi di seguire una logica più coerente per alcuni (molti) personaggi? Probabilmente sì. Ma, proprio come Stephen King con La Torre Nera, Benioff&Weiss hanno raccontato la loro storia fino in fondo. Ed è proprio questo il punto focale: era la loro storia.
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Non più quella di Martin. Non quella del milione di persone che li vorrebbero vedere sul cammino della vergogna, lanciando loro verdura marcia e urlando «Shame!». Alcuni di noi avrebbero voluto un epilogo molto più importante per gli Estranei (d’altra parte sono i primi personaggi che lo spettatore impara a conoscere nei primi minuti del primo episodio), magari culminante in uno scontro vivi vs morti ad Approdo del Re. Ma, d’altra parte, non si può che essere d'accordo con chi afferma che la serie si chiama Il Trono di Spade: la battaglia finale doveva essere quella per il Trono e non per la sopravvivenza.

Cosa resta di Game of Thrones
Ne parlavamo già prima che questa ultima stagione iniziasse, del vuoto che la fine di Game of Thrones avrebbe lasciato dentro molti di noi. È stato un bel trip «pieno di mostri e meraviglie e viaggi in ogni dove», per parafrasare ancora il Re di Bangor. Ma ne è valsa la pena?

Al di là della conclusione, alle spalle abbiamo almeno 80 ore della nostra vita (senza considerare i rewatch) investiti nella visione di Game of Thrones, sia che abbiamo seguito passo a passo l’evolversi di questa storia, sia che l’abbiamo ingurgitata nel giro di pochi giorni. È stata un’esperienza collettiva come poche altre ce ne sono state nell’ultimo ventennio.
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Pensate alle persone più improbabili con cui avete parlato dello show, fatto commenti o supposizioni: amici, parenti, colleghi (ma anche superiori), persino sconosciuti. Pensate alle puntate viste in collettività o alle chat di whatsapp che s’infiammavano alla fine di ogni puntata, dense di commenti, insulti, meme e pronostici su ciò che sarebbe accaduto dopo. Pensate allo scampare indenni alla pioggia di spoiler che seguiva ogni episodio, infestando i social network, costringendoci a diventare danzatori dell’acqua migliori di Arya Stark.

Pensate al vostro stupore quando decapitano Ned Stark, all’odio viscerale che avete provato nei confronti di Re Joffrey, al dolore durante la visione delle Nozze Rosse. Oppure alle lacrime versate quando avete scoperto il vero significato di Hodor, al senso di trionfo quando Jon Snow viene acclamato King in the North, alla meraviglia provata vedendo i tre draghi di Daenerys finalmente adulti e al fomento nel vederla salpare con la propria flotta alla volta di Westeros, affiancata da Tyrion e Varys.
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Pensate all’epicità di sequenze come la battaglia delle Acque Nere, quella dei Bastardi o l’arrivo degli Estranei ad Apra Dimora. Apici altissimi che qualche anno fa era impossibile immaginare di poter vedere in una serie televisiva, eppure noi ne siamo stati diretti testimoni. Ripensate a tutto ciò e chiedetevi se ne è valsa la pena. Al di là del finale. Del resto, come dice Stephen King, i finali sono sempre senza cuore.

di Marco Filipazzi
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