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Honey Boy: il rehab di Shia LaBeouf

Il cinema come terapia: tutte le volte che Shia LaBeouf ha usato l'arte per raccontare di sé e andare oltre il rehab

Una rissa fuori del set e l'arresto. È stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso nella mente di Shia LaBeouf e che gli ha permesso di comprendere quanto la sua vita fosse ormai fuori controllo. Abuso di alcool, incidenti stradali, risse: fino a che Shia si è deciso di andare in rehab per combattere i suoi demoni interiori. In terapia gli viene diagnosticato un disturbo post-traumatico, probabilmente dovuto a abusi verbali e fisici subiti dal padre.
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Da qui la scelta della dottoressa che lo seguiva di fargli scrivere la sua storia.

E Shia, bambino prodigio di Disney Channel, decide di farlo nel modo che gli è più consono e che conosce da sempre: la sceneggiatura.

Shia e gli esperimenti cinematografici
Non è la prima volta che Shia LaBeouf usa il mezzo filmico per raccontare di sé e andare oltre la rappresentazione cinematografica classica, facendola divenire una vera e propria performance artistica. Nel novembre 2015, all'Angelica Film Center di New York, Shia fa proiettare - a titolo gratuito - tutti i film a cui ha partecipato (anche in doppiaggio) per un totale di 72 ore. L'attore aveva una sua postazione con una telecamera che lo riprendeva 24 ore su 24.

La maratona, come anche la sua postazione, erano seguibili anche in streaming: un’idea per fare partecipare anche chi non poteva essere fisicamente a New York. L'esperimento aveva anche un hashtag dedicato, #allmymovies, con il quale gli utenti potevano commentare o postare foto sui social. Alcune delle espressioni di Shia in quell’occasione diventano virali: dei veri e propri meme viventi.

La collaborazione con Alma Har'el
La bozza della sceneggiatura di Honey Boy raggiunge la regista israliana Alma Har'el, anche lei cresciuta con un padre alcoolizzato. Alma aveva già lavorato a qualcosa di simile con il documentario Love True, dove faceva recitare i suoi protagonisti accanto ad attori che recitano i propri ricordi e traumi, con performance terapeutiche, che permettono loro di affrontare il passato e l’Io più profondo.
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Un lavoro di immedesimazione e di terapia già esisteva, quindi, nella poetica di Har'el; a esso si congiunge la sceneggiatura terapeutica di Shia LaBeouf. I due già si conoscevano per varie collaborazioni: dalla partecipazione di Shia al video musicale dei Sigur Ros, Fjogur Pìanò, diretto proprio da Alma, al già citato Love True, prodotto dall'attore stesso. Per LaBeouf l'approccio di Har'El al cinema rispecchia certi aspetti della terapia della Gestalt, dove viene utilizzato il gioco di ruolo per risolvere i conflitti passati.

Lo sviluppo del film
All'inizio Honey Boy doveva essere un cortometraggio ambientato in una stanza d'hotel. Ma il continuo miglioramento e ampliamento della sceneggiatura da parte di LaBeouf (ancora in rehab) e Har'El, ha portato il progetto verso il lungometraggio. È stata un’idea di Alma non fare interpretare Otis, l'alter ego di Shia, all'attore, ma di fargli invece assumere il ruolo del padre. Questa idea diviene centrale nel processo di identificazione di LaBeouf con suo padre: è ciò che gli ha permesso di entrare nella mente del genitore, comprenderlo e perdonarlo.
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L'altra difficoltà, per Shia, è stata scrivere di sé, dal momento che l’attore non voleva realizzare un suo ritratto ma creare un personaggio (il sé piccolo) con cui lui stesso potesse entrare in empatia. Shia non si è mai considerato un bambino: già da giovanissimo doveva lavorare, assumersi responsabilità, mantenere il padre. Fumava e beveva all'età di 12 anni. L'infanzia è stata per Shia una sorta di “attesa” dell'età adulta.

La scrittura terapeutica è stata un processo creativo fondamentale per superare il suo comportamento autodistruttivo, ma anche un modo per riconoscere tutte quelle caratteristiche di sì che gli ricordano il padre. Il dolore è usato come catarsi, come unico sentimento e appiglio per ricordarsi del genitore e del suo passato.

Il cinema come terapia, prima di Shia
LaBeouf non è il solo ad aver utilizzato il cinema con fini terapeutici. Probabilmente il maestro in questo senso è Lars Von Trier, che usa la Settima Arte come una vera e propria catarsi per i suoi problemi di salute mentale. Una valvola di sfogo che gli permette di dire ciò che prova o che ha provato in passato.
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Infatti, è dopo una delle sue più acute crisi depressive che Lars scrive la sceneggiatura che diverrà Antichrist, primo capitolo di quella che diverrà poi la Trilogia della Depressione, con Melancholia e Nynphomaniac. E, guarda guarda, in quest’ultimo tra gli interpreti c’è anche Shia LaBeouf.

Il cinema diviene per questi autori quindi un modo per conoscere meglio se stessi, utile soprattutto nei momenti bui e apparentemente senza speranza di guarigione. E se persino i protagonisti riescono a trarne benefici, figuriamoci quanto possiamo essere grati noi spettatori per tutte le volte che il grande (o anche il piccolo) schermo ci sono stati di conforto.

di Samantha Ruboni
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