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Park Chan Wook, parte seconda: la follia e la passione

Continua il viaggio nel cinema di Park Chan Wook con due film completamente diversi, che ci danno lo spunto per introdurre gli altri due pilastri del suo cinema: la follia e la carne.

Continua il viaggio nel cinema di Park Chan Wook da dove lo avevamo lasciato, reduce dal successo della Trilogia della Vendetta. Dopo Mr. Vendetta, Old boy e Lady Vendetta, il pubblico ha grandi aspettative su di lui e inizia a paragonarlo sempre con più insistenza al collega americano Quentin Tarantino.
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Ma è in quel momento che il regista coreano decide di sorprendere tutti, cambiando genere e proponendo film completamente diversi, sia dal punto di vista estetico e stilistico che da quello tematico. Due opere, in particolare, ci danno lo spunto per introdurre gli altri pilastri del cinema di Park Chan Wook: la follia e la carne.

La favola della pazzia: I’m a cyborg but that’s ok
La simpatia è quella sensazione che mi impedisce di uccidere tutti quelli che dovrei fare fuori

Se nella Trilogia, solitudine e vendetta erano i temi attorno a cui giravano i film, I’m a cyborg but that’s ok si spinge molto oltre e porta sullo schermo, con una delicatezza incredibile, una favola moderna che solo il cinema orientale sarebbe in grado di raccontare.
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Il film, del 2006, è una storia d’amore ambientata in un manicomio dove troviamo una serie di pazienti affetti dalle malattie più assurde.

La protagonista è convinta di essere un cyborg che deve eliminare tutti i “camici bianchi”; il protagonista è un uomo capace di rubare le doti degli altri pazienti. In questo manicomio, che nulla ha a che fare con le mura etiche di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ci sono i personaggi più strani, che sembrano essere usciti da un cartone animato.

Park Chan Wook non fa nulla per smorzare i tratti fiabeschi, anzi li accentua rendendo la pellicola iperglicemica e coloratissima. Se dovessimo analizzare il film basterebbe osservare con attenzione una delle scene di apertura, in cui la protagonista è catatonica sul letto di un ospedale e viene trasportata da un’infermiera che intanto racconta le storie dei pazienti e delle loro follie. Grazie a questo piano sequenza è possibile farsi un’idea, magari immedesimandosi con qualche paziente, di quanto la mente umana possa essere particolare e complicata. Solo allora però il regista ci svela le sue reali intenzioni, nel momento in cui l’infermiera si scopre essere una paziente affetta da mitomania, per cui costretta a inventare storie. A quel punto lo spettatore capisce di essere stato preso in giro spudoratamente e di non sapere nulla in realtà dei personaggi che colorano il film.
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Il rapporto tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia, si interseca nelle storie dei protagonisti: come se il regista coreano volesse comunicare che i personaggi, e di conseguenza ogni essere umano, può vivere solo attraverso le menzogne. Questo messaggio è inquietante, specie perchè nel film il buon Park Chan Wook ci mostra problemi di alimentazione, rapporti familiari tormentati ed impossibili, la simbiosi tra uomo e macchina e la malattia mentale.

Proviamo a fare ordine esaminando i quattro punti cardine del film. I problemi di alimentazione, che nel film sono dovuti alla convinzione di essere un cyborg e quindi di non aver bisogno di nutrirsi con il cibo, sono affrontati in maniera precisa seppur con risvolti ironici. Ancora una volta Park Chan Wook sembra sottolineare, come avvenuto con la Trilogia della Vendetta, che i problemi sono più facilmente superabili attraverso l’ironia. E allo stesso modo affronta i rapporti familiari.

È tendenza tutta italiana (e europea) quella di rendere le famiglie un groviglio ine-stricabile di problemi, tragedie e casi umani, alzando i livelli di drammaticità solo per ottenere facili emozioni. Park Chan Wook, invece, si discosta totalmente da questo modo, forse un po’ invecchiato, di fare cinema e affronta il problema esal-tando i particolari grotteschi dei personaggi che appaiono quasi caricature di loro stesse. Con questo stratagemma permette allo spettatore di comprendere fino in fondo la situazione senza mai perdersi in inutili piagnistei.
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Ma, probabilmente, il punto centrale del film è il rapporto tra uomo e macchina. In fondo il regista aveva affrontato l’argomento “uomo/automa” sin dal suo primo film, e anche qui non si tira indietro dal criticare una società ipermoderna che abbatte le personalità e che disperatamente cerca l’omologazione. Omologazione che non è possibile per via delle malattie mentali, che nel film sembrano l’unico modo per es-sere diversi e non abbandonare la propria natura.

Quando si guarda la pazzia e non vi è più giudizio, allora la follia diventa poesia. Lo spettatore che si aspettava il seguito violento e cinico di Lady Vendetta rimarrà deluso nel vedere un'opera esteticamente pregevole, che in Italia possiamo solo sognare.

Peccati di carne: l'horror Thirst
Suicidarsi è come morire da martiri per Satana... è come una condanna a vita per l'inferno

L'essere camaleontico e versatile, oltre che in continua evoluzione, esplode nel 2009 nell’horror Thirst. Il film narra le vicende di un vampiro e della sua passione per una donna sposata. Leggendo questa brevissima sinossi potrebbero ve-nire in mente oscenità e frivolezze, estetiche oltre che di contenuti, della saga Twilight, ma Park Chan Wook riesce ancora una volta a sorprendere tutti realizzando un film d’ottima caratura.
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Niente vampiri sbrilluccicosi, più emo che gotici, di Twilight e niente orde in stile Blade: finalmente ritorna sullo schermo il vampiro “classico”. Il protagonista è un prete che, preso da smanie di generosità decide di fare da cavia, risultando l’unico sopravvissuto su migliaia di pazienti; il prezzo da pagare sarà alto, però, ossia una sete di sangue imprescindibile. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che il prete, ormai vampiro, non può far altro che abbandonarsi, pur cercando di resistere, alle tentazioni più terrene e ai desideri di carne.

Si innamora infatti della moglie di un suo amico e intraprende con lei una storia passionale e clandestina, in cui entrambi proveranno cose estreme. Ora, se il vampiro in questione fosse un banchiere, un impiegato o un disoccupato, nulla di nuovo e originale. Il fatto che il vampiro in questione sia un prete cambia radicalmente le cose. Il messaggio morale infatti è inequivocabile quanto forte nei confronti della Chiesa: i preti sono uomini. Questa illuminante scoperta (perdonate il tono sarcastico) è a tratti agghiacciante: e se qualcosa facesse vacillare le convinzioni dei preti? In poche parole il quesito di Park Chan Wook non è di quelli che farebbero piacere al Vaticano. Torna anche qui il tema della vendetta, seppure non come tema principale, che ha reso famoso il regista coreano.
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La duttilità artistica e tematica, la continua ricerca della psiche umana mettendone a nudo le debolezze, l’uomo e le sue contraddizioni, la solitudine, la capacità di sorprendere e non lasciare indifferenti, vi faranno amare questo regista e vi faranno interrogare su chi siete e cosa volete realmente.

di Alfredo De Vincenzo
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