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Laurence Anyways, Dolan Anyways: piccolo viaggio nella filmografia di Xavier Dolan

Tematiche queer, girate con uno stile divenuto subito riconoscibilissimo: Xavier Dolan, che lo si ami o lo si detesti, va raccontato attraverso i suoi film

Ha solo vent’anni Xavier Dolan quando inizia a imporsi con una serie di pellicole dalle tematiche queer, fortemente personali e girate con uno stile divenuto subito riconoscibilissimo: sequenze in slow motion, tanta (bella) musica e un immaginario estetico ricorrente fatto di fiori (veri, finti, alle pareti), carte da parati, farfalle, angioletti, sigarette, boccette di profumo, chincaglierie ed ammennicoli vari dentro ipotetiche polaroid di un unico quadro artsy e originale, forse troppo, della città di Montréal; un luogo dall' atmosfera fiabesca e bohemienne, protagonista con i suoi interni, siano quelli di una casa, di una discoteca o dell'abitacolo di una macchina.
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È là dentro che Dolan muove i suoi psicodrammi, partendo dal difficile rapporto con la madre esplorato con J'ai tué ma mère (tematica che tornerà in terza persona con il film Mommy), film del quale è regista, interprete e sceneggiatore, oltre che autore del soggetto; opera prima acerba ma non immatura, che diventa però stancante nelle parti più drammatiche, complice senza dubbio un doppiaggio che suona troppo estraneo.

Con Les amours immaginaires prosegue idealmente un racconto autobiografico concentrato stavolta sul tema dell'omosessualità, non più in relazione alla madre ma al suo rapporto d'amore, appunto solo immaginato, con un amico che gioca sulla sua ambiguità. Film del 2010, in odore anni '90, che sembra già datato, in equilibrio tra François Truffaut e Gus Van Sant, tra chic e kitsch; visivamente potente ma anche inconsistente, seppur coerente con i suoi contenuti. La giovinezza e i suoi amori, intensi come una zaffata di profumo (del quale il film rischia a tratti di sembrarne lo spot) ma altrettanto evanescenti. Chiude il sipario un delizioso cammeo di Louis Garrel, finito dentro il tempo delle mele.
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Sipario che si riapre con una tenda bianca alla finestra di un'altra casa, quella di Laurence Anyways, terza pellicola di Dolan e anche prima senza la sua presenza sullo schermo: Dolan senza Dolan, perchè a interpretare il protagonista Laurence è Melvil Poupaud (il Gaston di Un ragazzo e tre ragazze di Eric Rohmer), qui a fianco di Suzanne Clément nella parte di Frederique; due attori all'altezza dei rispettivi ruoli, difficili e intensi, sui quali si regge buona parte del film.

Il resto lo fa il solito Dolan, che si vede e si sente anche quando non c'è, con una personalità talmente ingombrante da invadere la scena: Dolan Anyways, a partire dalla tematica queer spinta qui agli eccessi (peraltro ispirata a una storia vera) fino a tutto il suo consueto bagaglio estetico.

Il film racconta la storia d'amore tra Frederique e Laurence, che si traveste da donna fino a diventarlo, pur continuando ad amarla anche da uomo. Un ritorno del regista canadese ancor più ambizioso, oltre che più lungo (159 minuti), forte di alcune sequenze particolarmente riuscite: l'evocativa immagine delle graffette alle unghie, le vecchiette in vetrina dal parrucchiere, la farfalla che esce dalla bocca, il quadro del passante con l'ombrello visto dal vetro della macchina; e la pioggia di vestiti su “A new error” di Moderat (dopo la pioggia di marshmallow del film precedente), memorabile videoclip che inventa un melodramma electrochic.
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Ci sono anche qui le macchine, le discoteche e le case con la solita aria da negozio di modernariato; ci sono i riferimenti letterari, che quando non sono espliciti (De Musset, De Sade, Mauriac, Maupassant) rimandano sempre a una fascinazione per il decadentismo e i poeti maledetti (dal personaggio del primo film che si chiama Rimbaud alla passeggiata fra le tombe di Laurence); e c'è la musica, perchè senza colonna sonora un film di Dolan sarebbe senza vita.

Laurence Anyways è un'opera inevitabilmente imperfetta, travestita essa stessa come il suo protagonista; partecipa ai costumi lo stesso Dolan, sempre attento a confezionare l'abito giusto per i suoi film, che anche per questo rischiano di passare di moda troppo in fretta. Foto Articolo
Ma è ancora una volta insuperabile nelle sequenze conclusive ed infallibile nella scelta della colonna sonora (come “Going to a town” del vicino Rufus Wainwright che chiudeva Tom a la fermè), con una sequenza conclusiva sulle note di Let's go out tonight che trasforma, con una violenza emotiva devastante, i protagonisti del film in personaggi dolorosamente reali.

di Cristiano Salmaso
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