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Dune: storia del cult che non piace a David Lynch

In una recente intervista Lynch ha dichiarato di non aver nessun interesse nel nuovo Dune perché ancora troppo deluso dal proprio film: eppure il Dune del 1984 è un cult

Con le prime immagini rilasciate del nuovo Dune di Denis Villeneuve, si è tornati a parlare dell’originale di David Lynch. In una recente intervista all’Hollywood Reporter, il regista ha dichiarato di non aver nessun interesse in questo nuovo film e di come non abbia più voglia di parlarne dal momento che, per lui, è stato un fallimento.
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Non essere riuscito a realizzare il film che desiderava, a quanto pare, brucia ancora come una sconfitta per Lynch. A questo dispiacere si aggiunge l’assenza di un final cut, che gli avrebbe permesso di mostrare ai fan ciò che aveva pensato. Eppure è innegabile che Dune sia un cult.

Vi siete mai domandati perché?

Il rifiuto a George Lucas e la chiamata della fantascienza
A inizio anni ’80 un giovane David Lynch, reduce dal successo di The Elephant Man e alle prese con l’idea iniziale di Velluto Blu, va a trovare George Lucas che gli propone di dirigere il terzo capitolo della sua saga, che proprio in quel momento sta avendo un successo planetario: Star Wars.

Lynch rifiuta l’offerta, giustificandosi col fatto che la fantascienza non gli è mai piaciuta sul serio. Ne apprezza alcuni elementi, ma che devono essere combinati ad altri generi. Nel frattempo lo sceneggiatore di Velluto Blu, Richard Roth, gli suggerisce una nuova idea: un nuovo romanzo di Richard Harris, Red Dragon. Non se ne fa nulla, nemmeno di questo, perché arriva una chiama da Dino de Laurentiis, all’epoca uno dei maggiori produttori cinematografici, che gli chiede di leggere Dune di Frank Herbert.
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Dino si interessa a Lynch per via di The Elephant Man e vuole che Dune sia un film di fantascienza più incentrato sui personaggi e sulle loro storie che non ai laser e alle navi spaziali. Ma il vero problema di Dino è non aveva mai visto Eraserhead, opera molto più rappresentativa dello stile di Lynch: quando finalmente incontra questa pellicola… lo odia.

Lynch capisce sin dal principio che dovrà fare dei passi indietro rispetto alla sua visione di Dune. E sa che deve rientrare nella categoria PG: una sorta di censura in grado di tagliare interi pezzi di film perché non conformi ai loro standard. L’accordo con Dino prevedeva, inoltre, altri due capitoli di una possibile trilogia: Lynch scrive metà dello script del secondo episodio, ma visto il fiasco del primo l’idea cade nel dimenticatoio.

Storia travagliata di un cult
David Lynch inizia a scrivere la sceneggiatura con gli autori di The Elephant Man, ma a Dino il risultato non piace. Inoltre regista e scrittori hanno idee diverse sul libro di Herbert e così Lynch decide di lavorare da solo. Dino fa da editor, tagliando pezzi e sistemando quello che non funziona, soprattutto per motivi di carattere pratico: Lynch si fida a tal punto del produttore che gli permette di tagliare intere sequenze. La sceneggiatura diventa di 135 pagine.
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Dopo tre anni, passati a realizzare il film, a Lynch viene chiesto di ridurre il girato a due ore e diciassette e così tante altre sequenze sono sacrificate: un’intera scena è sostituita da una sola battuta, in voice over per giunta. In questo modo risulta davvero difficile dare un senso a una storia già tagliata in partenza e decimata all’arrivo.

Lynch ha molte volte sottolineato come la serie tv sia per lui un’alternativa efficace al film, in caso di minutaggio eccessivo (cosa che ci ha fatto comprendere con la serie Twin Peaks): se Dune fosse arrivata in tv, invece che in sala, avrebbe forse avuto tutto il tempo per creare nuovi mondi e lo spazio per sviluppare tematiche e approfondimenti.

Ma Lynch non si sente mai veramente autorizzato ad appropriarsi del film. Il che emerge anche nella spinosa questione, che ancora grava su di lui, come una ferita aperta, del final cut: dopo Dune, in ogni sua successiva produzione e realizzazione, Lynch ha sempre richiesto di tenere il final cut, in modo da essere certo che un giorno sarebbe riuscito a dare al mondo quello che veramente aveva creato. Va detto che Lynch, come un vero signore, non ha mai dato la responsabilità di quel “fallimento” a Dino e Raffaella de Laurentiis: erano solo su due onde diverse di pensiero.

Dune: un cult tra amore e odio
Nonostante l’insoddisfazione del regista, è nei particolari che possiamo vedere la sua vera impronta. Dalle onde sull’acqua e sulla sabbia, ai simboli, dalla reiterazione di forme e situazioni. Un filo collega Dune agli universi in cui vivono Henry in Eraserhead e John di The Elephant Man: macchinari e ingranaggi sono predominanti in ognuno di questi film. Sono mondi che creano atmosfere e dicono cose capaci di comunicarci sensazioni.
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Lynch considera le fabbriche e le aree industrializzate come simboli di creazione, basate sugli stessi processi organici naturali. Inoltre da sottolineare è anche l’attenzione alla colonna sonora, suonata dai Toto, con un main-theme composto da Brian Eno, che sottolinea un’attenzione al prodotto e una volontà di renderla qualcosa di grande.

Le cose in Dune che non funzionano sono tante. L’incipit pare ricavato da una delle bozze di storybook e, soprattutto, per permettere allo spettatore una visione chiara della storia si è deciso di rendere la narrazione didascalica. Gli effetti speciali sono acerbi, specie se lo confrontiamo con i coevi episodi del già citato Star Wars, e non rendono giustizia alla narrazione e alla visione del regista.
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Ma, nonostante problemi di produzione e post-produzione, Dune rimane sicuramente un cult della nostra epoca e un buon punto d’inizio per la visione enciclopedica che ne darà Denis Villeneuve, con ben due film e una serie tv dedicata al culto delle Bene Gesserit, in esclusiva per HBO max.

di Samantha Ruboni
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