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I flop del postatomico italiano: quali sono i peggiori film del genere

Ecco una piccola guida per destreggiarsi tra i vari titoli del postatomico italiano e distinguere ciò che merita una visione dalla paccottiglia

Quando 1990: I guerrieri del Bronx esce nelle sale, si rivela un inaspettato successo: incassa bene e ripaga DeAngelis dei soldi investiti. Il pubblico (quello italiano e quello estero) lo adora, la critica un po' meno… ma cosa valevano le parole su qualche quotidiano contro milioni di lire?

Non ci vuole molto, perciò, prima che altri produttori e registi fiutassero l'affare e si mettessero in scia a questo "nuovo trend", iniziando a sfornare titoli su titoli che saccheggiavano più o meno senza pudore non solo i vari Mad Max, Fuga da New York o I guerrieri della notte, ma andavano a pescare suggestioni anche da Blade Runner, Rollerball, Anno 2000 - La corsa della morte. Mischiando, contaminando, frullando il tutto e ributtandolo sullo schermo.
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Il nostro cinema schiera, uno dopo l'altro, tutti i maestri artigiani che ha a disposizione, ed è interessante notare come ognuno abbia declinato a modo suo il genere. Ovviamente i risultati non sono stati tutti allo stesso livello e per ogni film che presenta spunti interessanti ce ne sono almeno altri due che di salvabile hanno poco o nulla.

Perciò come destreggiarsi tra i vari titoli, come distinguere ciò che merita una visione da una paccottiglia di idee stantie?

La risposta è questa pratica guida: una specie di classifica in escalation, con trame, curiosità e storie produttive che talvolta sono molto più entusiasmanti dei film stessi. Insomma, una panoramica quanto più esaustiva e completa sul cinema postatomico italiano.

I predatori dell'anno Omega
Un guerriero solitario a bordo di una moto parlante (una specie di Supercar su due ruote) deve scontrarsi con il malvagio Prossor e le sue Forze Omega (la Gestapo del futuro) che tengono in pugno ciò che resta dell'umanità. Noto anche con il titolo Il giustiziere della terra perduta, è girato con 500.000 dollari nella periferia romana spacciata come terra postatomica.
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La pellicola è tristemente famosa per un caos produttivo senza eguali… e il risultato di questo disastro si vede chiaramente sullo schermo. Leggenda vuole che sia stato girato senza una sceneggiatura e in parte persino senza un vero e proprio regista. Alla fine risulta accreditato David Worth (quello di Senza esclusione di colpi e Kickboxer - Il nuovo guerriero, entrambi con Jean Claude Van Damme) il quale è solo la terza scelta. Viene chiamato a riprese già inoltrate, dopo il licenziamento di altri due registi, per portare a termine le sequenze principali e dare un senso a quelle girate.

La confusione attorno a I predatori dell'anno Omega è tale che in alcune edizioni figura accreditata alla regia una misconosciuta Ivana Massetti. Le uniche note di merito sono la presenza di Donald Pleasence nei panni del cattivo Prossor e quella di Fred Williamson, il quale a un certo punto, nel caos totale della produzione, si è ritrovato a essere regista di se stesso: «Se la pellicola sarà terribile, almeno le mie inquadrature saranno ben realizzate!». E sì, la pellicola in effetti è davvero terribile, al punto che in Italia non arriva nemmeno in sala, ma direttamente in VHS.

L'ultimo guerriero/Urban warriors/Il giustiziere del Bronx
Una buona occasione per parlare di una pratica molto in voga nel cinema ultra low budget italiano: l'arte del taglia e cuci. Ma andiamo con ordine. Nel 1983 Romolo Guerrieri (pseudonimo di Romolo Girolami, ovvero lo zio di Enzo Castellari... quando si dice che il cinema è un affare di famiglia!) fa questa strana incursione nel postatomico: dopo una catastrofe, il mondo è diviso tra pochi eletti che hanno accesso alle risorse e molti contaminati dalle radiazioni, il cui destino è ormai segnato.
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L'ultimo guerriero inizia con i contaminati braccati ed eliminati in sequenze che molto ricordano quelle del Bronx di Castellari, prosegue con il più classico canovaccio da spaghetti-western e finisce "alla Rambo" con tanto di ambientazione nella giungla in barba alla terra radioattiva e desertificata. Insomma, un mischione di generi che risulta comunque insipido, oltre che una delle maggiori poverate giunte sullo schermo in quel periodo.

Nonostante gli scarsi risultati, però, il produttore Pino Buricchi lo utilizza come "base" per poter sfornare altre due pellicole. Nel 1987 arriva Urban Warriors, ovvero un collage raffazzonato e privo di qualsiasi idea. Quattro scienziati restano bloccati in un laboratorio sotterraneo, salvo riuscire a tornare in superficie dopo una manciata di giorni e scoprire che l'umanità è stata spazzata via da una catastrofe nucleare. I pochi sopravvissuti sono regrediti a un livello primitivo e violento. Per portare queste tre righe di trama sullo schermo vengono impiegati 45 minuti in cui non accade praticamente nulla a parte chiacchiere e il girovagare a vuoto dei personaggi.

E quando il film dovrebbe entrare nel pieno dell'azione, ecco che questa è un "riciclo" di sequenze prese di peso da L'ultimo guerriero. Insomma, un film girato a costo zero, in cui non accade nulla e le sole cose interessanti sono appartenenti a un altro film! Aggiungeteci poi che gli ambienti "postatomici" sono panoramiche di palazzi della periferia romana in perfette condizioni, nemmeno un po' fatiscenti o con qualche vetro infranto! I miracoli delle bombe del futuro!
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Ma una volta toccato il fondo cosa resta da fare? Iniziare a scavare! Nel 1988 arriva Il giustiziere del Bronx, che sin dal titolo cerca di rievocare il dittico di Enzo Castellari. Non siamo più quindi alla rielaborazione di cult hollywoodiani, bensì all'elemosinare qualcosa da film che sono in parte già derivati: insomma Pino Buricchi cerca gli scarti degli scarti per rivenderli ancora allo stesso pubblico! Un cadetto appena uscito dalla scuola di polizia viene mandato in servizio nel Bronx, dove da anni è in atto una feroce battaglia tra Umanoidi e Androidi.

Come scenografie ci sono un paio di capannoni abbandonati - sul fatto che i nostri registi artigiani siano stati dei pionieri dell'urbex sarebbe interessante tornarci -, effetti speciali che definire raffazzonati sarebbe un eufemismo e ancora una volta ruba molte sequenze action da L'ultimo guerriero.

E con molte intendiamo più della metà del minutaggio (parliamo comunque di 80 minuti scarsi). Se si aggiunge il fatto che questo film è considerato l'ultimo post-atomico italiano, la tristezza aumenta ancor di più: un epitaffio molto distante dal folgorante inizio di questo strambo filone.

I predatori di Atlantide
Un gruppo di scienziati stanno tentando di recuperare un sottomarino atomico da una piattaforma, quando ritrovano per caso una tavoletta con strani simboli, prova dell'esistenza di Atlantide. Durante il recupero del sottomarino si scatena un gigantesco maremoto che fa riaffiorare una misteriosa isola chiusa sotto una cupola di plastica, popolata da bikers inferociti il cui unico scopo è quello di sterminare l'umanità. Gli scienziati, insieme a due veterani del Vietnam, dovranno sopravvivere sull'isola, scoprendo che di fatto Atlantide è sprofondata dopo un aspro conflitto atomico con i "terrestri".
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Una quantità tale di spunti, che avrebbe potuto riempire un blockbuster da due ore e mezza, sono condensati in meno di mezz'ora: peccato che la successiva ora non sia all'altezza di queste premesse! Già, perché la prova di Ruggero Deodato (sotto lo pseudonimo di Roger Franklin) con il postatomico è davvero fiacca e poco coinvolgente rispetto a molte altre sue pellicole, quasi come se fosse girata con il pilota automatico.

Insomma, lui è quello di Cannibal Holocaust e La casa sperduta nel parco: dov'è finita qui la sua proverbiale grinta? Si salvano le scene splatter e alcune sequenze d'azione, ma nel complesso il film rimane abbastanza anonimo. Risulta essere, inoltre, un postatomico un po' anomalo, che mischia grandi dosi di avventura "alla Indiana Jones" e anticipa alcune tematiche che poi emergeranno in altri filoni italiani, quelli dei simil-Rambo e dei fantascientifici.
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Insomma, più per la qualità del film in sé, I predatori di Atlantide è interessante crocevia in cui si intersecano vari filoni del nostro cinema di genere, anche se il risultato finale è molto inferiore alle premesse iniziali.

di Marco Filipazzi
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