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Hollywood, perché vedere su Netflix la nuova serie tv di Ryan Murphy

Ecco perché Hollywood di Ryan Murphy, dal primo maggio su Netflix, è una serie da non perdere

Un celebre accordo di cinque anni e molti milioni di dollari lega dal 2018 Ryan Murphy al colosso Netflix. Il primo frutto di tale sodalizio è stato The Politician, che (come succede spesso con Murphy), qualcuno ha amato e altri hanno detestato. Il secondo progetto è Hollywood, (mini)serie tv da sette episodi disponibile sulla piattaforma streaming dal 1 maggio 2020.
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Una domanda attraversa l’intero show: cosa succederebbe se l'industria hollywoodiana avesse iniziato a combattere omofobia, razzismo e sessismo già negli anni Cinquanta? Che mondo sarebbe quello di oggi? La risposta a questa domanda avviene attraverso una messa in scena che omaggia la Hollywood classica con coreografie da musical, glamour, romanticismo e un umorismo che sembra derivare dal meglio della Golden Age del cinema americano.

Di che cosa parla Hollywood
La storia prende il via tra il primo e il secondo episodio ( Hooray for Hollywood è una sorta di premiere, divisa in due parti) dalla vicenda di Jack Castello (David Corenswet, già in The Politician), veterano della seconda guerra mondiale che sogna di diventare una star. L’incontro con Ernie (Dylan McDermott), che in gioventù sognava di fare l’attore ma che è finito a gestire un bizzarro distributore di benzina, i cui aitanti dipendenti sono escort per le signore di Hollywood, sarà la svolta.

Tra i vari appuntamenti che cambiano la vita di Jack c’è quello con Avis Amberg (Patty LuPone) moglie di uno dei maggiori produttori di hollywoodiani.
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Alla ricerca di un collega omosessuale da aggiungere alla squadra, Jack incontra lo sceneggiatore black Archie Coleman (Jeremy Pope), che intraprende una storia d’amore con Roy Fitzgerald (Jake Picking), che diventerà il ben più celebre Rock Hudson. Quando entra in scena il regista Raymond Ainsley (Darren Criss, l’Andrew Cunanan in American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace), fidanzato con la giovane attrice black Camille Washington (Laura Harrier), collega della biondissima Claire Wood (Samara Weaving), lo scenario inizia a essere completo.

Ciò che accomuna tutti i personaggi, che quando ci vengono presentati nella bellissima sigla/intro fatichiamo a immaginare come possano trovarsi tutti insieme, è la realizzazione di quella che sarà la produzione più dirompente degli Ace Studios. A partire dalla storia di Peg Entwistle, attrice britannica del Cinema Muto, che in seguito al fallimento della sua carriera nel 1932 si gettò dall’insegna di Hollywood, prende vita il film Meg: la vicenda di una giovane e combattiva attrice black, per la prima volta protagonista di un film.

La Hollywood nei sogni di Ryan Murphy
Ben presto ci rendiamo conto che in Hollywood i destini dei personaggi fittizi di incrociano a quelli dei personaggi noti (Vivien Leigh, Hattie McDaniel, Anna May Wong, Rock Hudson, Henry Willson per citarne alcuni) ma mai nella direzione che conosciamo o che ci aspetteremmo. Ryan Murphy usa come pretesto, anche visivo e stilistico, la Hollywood del Dopoguerra ma in realtà agisce in una dimensione temporale (e anche un po' spaziale) autonoma, che si avvicina all'utopia. Più semplicemente, la storia che la serie ci sta raccontando non è mai accaduta.
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Solo dopo essersi assicurato l’attenzione e il favore di tutti i cinefili, dei romantici, degli appassionati della Hollywood del passato e dei suoi retroscena (una delle fonti della serie è Hollywood Babylone di Kenneth Anger, dedicato ai retroscena più deprimenti della Fabbrica dei Sogni: alcuni degli aneddoti nel libro vengono in parte ripresi ma privati della loro carica scandalistica e gossipara), Murphy inizia a raccontare la sua storia.

La storia di un film immaginario, in cui la deprimente vicenda di Peg Entwistle viene (ri)scritta da uno sceneggiatore black e omossessuale e si trasforma in una storia con la prima protagonista nera nella storia del cinema: un film che cambia la storia di Hollywood, promuovendo un’industria nuova in cui a vincere le Statuette è davvero chi è più bravo, a prescindere dal genere e dalle origini, e dove ognuno può realizzarsi attraverso l’arte cinematografica.

Hollywood è una favola riuscita
Si è parlato, già anche troppo, del legame tra la serie di Ryan Murphy e C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino per l’omaggio che entrambe le produzioni fanno alla Fabbrica dei sogni. Ovviamente attraverso riferimenti e citazioni a universi cinematografici estremamente diversi.
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Sebbene il cinema di Tarantino sia molto diverso da quello di Murphy, entrambi gli autori sono accomunati da gigantesco amore per le storie minori che girano attorno a quelle più note e conosciute, per tutti i comprimari del cinema (e della vita). Ed entrambi si divertono a cercare un modo per riscrivere Hollywood, immaginando cosa sarebbe successo se a un certo punto le cose fossero andate diversamente.

Quel certo punto, per Tarantino in C'era una volta a... Hollywood è l’Eccidio di Cielo Drive a opera della Manson Family, per Ryan Murphy il momento in cui, nel Dopoguerra, Hollywood ha il potere di scrivere una nuova America. In una società statunitense post-bellica ma in piena Guerra Fredda, in cui convivevano il progresso e la segregazione, la domanda è: se ne avesse avuto il coraggio, il cinema avrebbe avuto la forza di inventare un mondo nuovo?
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Ryan Murphy immagina cosa sarebbe successo se. E con la sua favola hollywoodiana dà un’alternativa a tutti, persino alle celebrità che sappiamo avere avuto un percorso molto meno roseo come Rock Hudson, Hattie McDaniel, Anna May Wong e Henry Willson. Ma, più che di un happy ending, si tratta di un Hollywood Ending, come da titolo dell’episodio finale. A vedere l’esito della fittizia Notte degli Oscar che occupa tutto l’episodio sette, è dura non prendere a cuore le vicende dei personaggi, quelli reali e quelli immaginari.

Attrici dimenticate come Anna May Wong e attori sfortunati come Rock Hudson, morto di AIDS nel 1985 dopo un’intera carriera a celare la propria omosessualità. Attrici che si meritavano un omaggio: come Hattie McDaniel (nell’interpretazione magnifica di Queen Latifah) prima afroamericana a vincere l’Oscar per Mami in Via col vento, un ruolo iconico quanto degradante. Se, poi, pensiamo che la prima black a vincere l’Oscar da protagonista è stata Halle Berry nel 2001 per Monster Ball, è difficile non intendere l’epilogo di Hollywood con anche un po’ di amarezza. Ryan Murphy ci mette speranza, per un nuovo inizio, come è esplicitato nel finale dello show, ma resta l’amarezza per tutte le cose che ci abbiamo messo così tanto a ottenere e per quelle che ancora non abbiamo conquistato.
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Facendoci prendere dall’entusiasmo, potremmo dire che Hollywood è la cosa più "post-Weinstein" realizzata finora. Un'anticipazione di che cosa potrebbe/dovrebbe essere il cinema e la serie tv d’ora in poi: un continuo scardinare stereotipi; partire da idee semplici per realizzare storie folli e potenti, proprio come Meg; parlare non più solo di donne e non più solo di uomini, di un amore non è sia omosessuale né eterosessuale, che non abbia età, scadenza e che non richieda alcun phisique du role. Anche un'utopia, anche una favola può diventare politica se riguarda la libertà, la dignità e i diritti.

di Aurora Tamigio
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