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Io la conoscevo bene: Adriana e le donne di Antonio Pietrangeli

Pietrangeli è uno degli autori più importanti del nostro cinema italiano, capace di tratteggiare ritratti di donna intramontabili: come quello di Adriana in Io la conoscevo bene

A firmare gli anni d'oro del nostro cinema c'è stato un nome che forse meglio di ogni altro ha saputo unire i favori della critica e del grande pubblico: Antonio Pietrangeli. Autore di commedie all'italiana assolutamente perfette come La visita, con una strepitosa Sandra Milo al suo esordio, Pietrangeli fu anche anticipatore della commedia sexy, nel modo di sbirciare e indugiare sul corpo femminile e nel mettere in ridicolo le figure maschili.
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Con Nata di marzo si divertì anche a girare una commedia sentimentale all'americana con tanto di lieto fine, per lui insolito, ma fu con il genere drammatico che toccò i vertici della sua carriera: la perfezione formale di Adua e le compagne e Io la conoscevo bene, capolavoro romantico-popolare nonchè suo testamento involontario. Seguiranno solo un episodio nel film Le fate mentre Come, quando, perché verrà terminato da Valerio Zurlini perchè Pietrangeli, neanche cinquantenne, morì annegato.

Pietrangeli: il regista delle donne
Istrionico e leggero ma solo in apparenza, fu sopra ogni cosa il regista delle donne: non solo sul set, dove sotto la sua mano ogni interprete dava la sua indimenticabile prova attoriale, ma anche nel disegno del personaggio. Le sue figure femminili sono sbadate, sbandate, “sbagliate”, amano con ostinazione, confessano tradimenti mai avvenuti, danno tutto ma si ritrovano così senza più niente.

Tra di loro ci sono Francesca (Nata di marzo), Pina (La visita), Maria Grazia (Il magnifico cornuto) e poi Adua (e le compagne) e Adriana (Io la conoscevo bene), femmes fatales involontarie che finiscono loro stesse per farsi male davvero.
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Pietrangeli delle donne ritraeva la bellezza ma soprattutto la grandezza rispetto a uomini che finivano per rivelarsi falsi, meschini, troppo piccoli; a salvarsi solo quelli piccoli davvero, perchè ancora bambini o perchè rimasti tali.

Io la conoscevo bene, il capolavoro
Io la conoscevo bene è un film drammatico che della commedia si porta dietro solo il ricordo e l'illusione: nel personaggio leggero della protagonista e nell'atmosfera fintamente svagata e vacanziera, dove la consueta amarezza, retrogusto caratteristico della nostra commedia, diventa un sapore fortissimo.

Da un soggetto originale dello stesso Pietrangeli, anche sceneggiatore, il film racconta la storia di Adriana, che lascia la sua piccola città per cercare fortuna a Roma.

Giovane, bella e spensierata, sogna di fare del cinema ma nel frattempo, tra una festa e un provino, sbarca il lunario come parrucchiera e maschera in sala. Ci appare sul lettino di una spiaggia prima di correre al lavoro, dove si concede al padrone alzando il volume della radio per non sentire.
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Adriana trascorre poi la serata con un giovane, al quale ne seguiranno diversi altri: Dario, molto ladro e poco gentiluomo che scompare lasciandole il conto della stanza da pagare, lo scrittore, che la ritrae in modo ben poco lusinghiero attribuendole il personaggio di un suo romanzo, Emilio, che dopo averla avuta le parla di un'altra.

In mezzo a questi amori sbagliati appaiono figure che forse avrebbero potuto amarla davvero, come il pugile gentile o il ragazzo del garage, o che avrebbero solo voluto, come il ragazzino figlio del portiere o il tirapiedi di un affermato regista. Ma come era sola all'inizio, nella spiaggia, sola Adriana si avvia verso il durissimo finale, guidando nell'alba di una Roma quasi deserta sulle note di Toi (cantata da Gilbert Becaud in versione italiana).

Gli ultimi dieci minuti, che consegnano il film alla storia del cinema, si muovono sulle orme di Antonioni: dall'ultimo sorriso di Adriana, in macchina con un amico a guardare degli uccelli in una voliera, fino al suo rientro a casa dove, sulle note di una marcetta, la sua accecante bellezza andrà in frantumi per sempre. Foto Articolo
C'è tanta musica nelle scene di Pietrangeli, con Piccioni o Trovajoli che spesso accompagnano un momento comico o erotico, precorrendo i clichè del genere, ma qui soprattutto con canzoni dell'epoca, che il regista sembrava amare moltissimo (in Adua e le compagne c'è un cameo di Domenico Modugno).

L'eredità di Pietrangeli al cinema italiano
Pietrangeli regista dell'estate e delle sigarette (fa sempre caldo e si fuma ovunque nei suoi film), torna al bianco e nero, che aveva lasciato per il colore nelle tre pellicole più deboli della sua carriera, per girare il suo imperfetto capolavoro. Dolorosissimo fin dal suo profetico titolo, Io la conoscevo bene vive proprio nelle debolezze della sua protagonista, sorvolando sull'aborto e sul suicidio e affidando il film ai più tristi dettagli: il buco nella calza del quale ridono gli spettatori in sala, la macchina troppo piccola per il vestito elegante o il personaggio di Gigi, umiliato e deriso per le sue scarpe bianche ed il fiato pesante.
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A interpretare quest'ultimo un gigante Ugo Tognazzi (già con Pietrangeli ne Il magnifico cornuto), qui insieme a Nino Manfredi (già ne Lo scapolo e La parmigiana) e all'esuberante e sensuale Stefania Sandrelli, talmente a suo agio nel personaggio da uscire dallo schermo ed entrare nelle nostre vite.

Forse un po' impreciso nell'incollare i diversi episodi, Pietrangeli le ritaglia però una figura che non solo sembra non invecchiare mai ma anche tornare negli anni, dalla Luciana di C'eravamo tanto amati (Ettore Scola fu quasi sempre sceneggiatore di Pietrangeli) fino ad alcune donne di Paolo Virzì, che della Sandrelli sembrano le figlie.

di Cristiano Salmaso
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