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The Eddy: perchè NON è la serie di Damien Chazelle

The Eddy, serie Netflix ambientata nel mondo del jazz parigino, è un insieme di voci e di autori la cui differente provenienza si rispecchia perfettamente nello show

Curioso come, dopo essere stata lanciata in pasto al pubblico come “la serie tv di Damien Chazelle”, The Eddy si sia sgonfiata nel nulla. Pure ammettendo che la sua ambientazione jazz, ai limiti della periferia parigina, la renda una serie non propriamente pop, di sicuro l’averla raccontata come un’opera esclusiva del regista di Whiplash e La La Land ha deviato un certo pubblico e disorientato un altro.
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The Eddy non è la (mini)serie di Damien Chazelle, è qualcosa di più complesso. Chazelle è il regista dei primi due episodi; il terzo e il quarto sono diretti dalla regista franco-marocchina Houda Benyamina (da recuperare, su Netflix, il suo film del 2016 Divines); il quinto e il sesto vedono dietro la macchina da presa Laïla Marrakchi; le ultime due puntate della stagione sono dirette da Alan Poul. A guida del progetto e della writers’ room c’è Jack Thorne, le musiche sono supervisionate da Glen Ballard; e tutti questi nomi sono coinvolti anche in fase produttiva.

The Eddy è quindi il frutto del lavoro di un insieme di autori la cui differente provenienza si rispecchia perfettamente nello show: un (quasi) riuscito esperimento di fusione di immaginari, suggestioni, stili e narrazioni diverse.

Di che cosa parla The Eddy
Protagonista (tecnico) della serie è Elliot Udo, pianista di talento a New York, che si è trasferito a Parigi dove gestisce un jazz club, The Eddy; alla sua vicenda si intrecciano quelle dei membri della band e dei personaggi che girano attorno al locale.
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Personaggio abbastanza insopportabile, Elliott è un protagonista scritto per essere accentrante ma che finisce per risultare piuttosto debole, basato sul cliché dell’artista geniale e narcisista, con un immancabile trauma nel passato e ostacoli vari da affrontare nel presente.

Preso da solo, Elliott non sposta più di tanto gli equilibri della storia; funziona meglio in connessione con gli altri personaggi, specie quelli femminili, a partire da sua figlia Julie e dalla cantante della band, Maya, con cui ha una complicata relazione sentimentale (il fascino di Joanna Kulig è assoluto, quando canta e quando recita), ugualmente partecipi della sua redenzione.

Dove The Eddy funziona meglio: jazz, romanticismo e banlieu
Alla fine di The Eddy non si è del tutto soddisfatti, eppure si ha la certezza di avere visto (almeno) due episodi impeccabili: ognuna delle otto puntate è dedicata a un protagonista diverso, in uno schema che si presta particolarmente bene alla polifonia dell’impianto autoriale.

Nella stessa stagione convivono la 1x03, dedicata ad Amira, episodio estremamente "dry" (quasi) in stile David Simon, e il romantico 1x05, con protagonista Maya. Foto Articolo
Il segmento riuscito meglio è probabilmente quello che ha per protagonista Sim nell'1x06, il giovane barista del The Eddy, anche lui aspirante musicista. Si potrebbe scrivere una piccola serie nella serie, di ambientazione teen, sulla storia d’amore tra Julie e Sim (questa puntata fa infatti il paio con la 1x02, dedicato alla figlia di Elliot).

Amandla Stenberg e Adil Dehbi, entrambi eccezionali, danno vita a due adolescenti diversissimi - una ribelle newyorkese dell’Upper East Side («Il posto più bianco del mondo» come dice lei stessa) e un “bravo ragazzo” franco-marocchino cresciuto in una Parigi di periferia, insieme al fratello e all’adorata nonna, impegnato a non perdersi tra le cattive amicizie del quartiere.
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Nella storyline teenager, l’unica davvero conclusa (in generale, The Eddy ha un problema con la chiusura delle linee narrative), si compie il più riuscito del ritratto di una Parigi che, senza perdere il suo proverbiale romanticismo, si apre a nuove rappresentazioni che includono una società multietnica, ricca di contraddizioni e di fascino.

La musica partecipa a questo messaggio (il brano Au Milieu è uno dei più belli nella colonna sonora della serie, a dire il vero tutta meravigliosa), in un’ibridazione del jazz contemporaneo parigino con quello classico dei club newyorkesi, mixato al rap dalla banlieu.

Tra alti e bassi, The Eddy è un progetto (quasi) riuscito
Soprattutto sulle trame orizzontali la serie si perde: la storyline gangster/criminale è abbastanza ridicola e i personaggi vengono abbandonati troppo presto (Jude) o non approfonditi affatto (Katarina). Ma nel ritratto di questa Parigi multietnica, per nulla stereotipata, lo show dà il meglio. Insieme alla musica, ovviamente, che è forse la vera grande protagonista dello show.
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Con una regia di due donne e due uomini - interessantissimo il lavoro svolto da Houda Benyamina nella sequenza del funerale nella 1x03, assoluta la sapienza di Damien Chazelle nel dare immagine alla musica (il paragone con le sequenze girate da lui nei primi due episodi e quelle più “videoclippare” di Alan Poul è impressionante) - e una writers’ room composta da autori tutti diversi tra loro, la cosa più interessante di The Eddy resta senz’altro l’esperimento di una serie tv davvero a più mani e a più voci.

di Aurora Tamigio
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