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King Hu: breve storia del regista che voleva diventare un Re

Regista e sceneggiatore, maestro dello wuxia, King Hu ha ispirato il cinema orientale tanto quanto quello occidentale

King Hu nasce a Pechino il 29 aprile 1932. È il più piccolo di tre figli, l'unico maschio. Suo nonno era il governatore di Henan, durante la dinastia Qing, e suo padre un ingegnere minerario. Sua madre, casalinga, si dice fosse dotata di uno straordinario talento per la calligrafia e la pittura, passioni trasmesse al piccolo King, che da subito mostra la sua propensione per il disegno.

Il piccolo Hu non ha solo la passione per il disegno ma, come tutti i bambini, è innamorato delle favole e dei loro personaggi: in particolare, è appassionato di Sun Wokong, l'Affascinante Re delle Scimmie, un personaggio della letteratura classica cinese creato dalla penna di Wu Cheng'en: mago, guerriero e monaco saggio.
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Crescendo, King si innamora anche di un'altra forma d'arte, l'Opera di Pechino: guarda quei passi di danza, la spettacolarità delle coreografie, l'armoniosità dei movimenti, senza rendersi conto che un giorno diverranno ispirazione per suoi film.

A queste passioni affianca lo studio, presso l'accademia di Pechino, gestita da americani metodisti che predicano la dottrina teologica secondo cui Dio ha dato tutto e, quindi, i fedeli devono dare tutto.

L’inizio della carriera di King Hu
Nel 1949, a soli 17 anni, si trasferisce a Hong Kong, proprio nell'anno in cui il partito Comunista vince la guerra civile, trasformando la Cina nella Repubblica Popolare Cinese. È un periodo di riforme, di cambiamenti, e King Hu si ritroverà quasi per caso a lavorare nel mondo del cinema. La sua gavetta inizia da giovanissimo, come correttore di bozze. Non soddisfatto intraprende la carriera di disegnatore di poster per una compagnia pubblicitaria.

Viene notato da un agente della Green Wall Film Company, che rimane colpito dai suoi disegni e lo propone per un lavoro di decoratore di set. Da qui inizia per lui un girovagare intenso di set cinematografici, dove ha modo di interessarsi per la prima volta al cinema. Proprio mentre lavora per lo studio Youngua viene notato e scritturato dal regista Yan Jun per il film Humiliation for sale, che segna il debutto dell'inesperto Hu nei panni del giovane figlio del protagonista.
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Ma King Hu ha un'altra caratteristica importante per quei tempi: la sua lingua madre è il mandarino. È un ragazzo fortunato il giovane pechinese: ritrovatosi per caso a Hong Kong durante un periodo di forte rinnovamento, notato per caso prima da un agente di una importante casa di produzione e poi da un regista piuttosto famoso, infine capitato per caso nella Hong Kong dell'astro nascente Run Run Shaw, che proprio in quegli anni fondava lo studio di produzione Shaw Brothers. E chi meglio di King Hu, giovane artista fortunato, poteva essere utile in quel mondo? È così che il bambino appassionato di letteratura, disegno e opera, diviene prima un apprezzato artista e poi un attore.

Dalle prime delusioni al capolavoro A touch of Zen
Dal 1958 inizia a lavorare per la Shaw brothers e la fortuna sembra per un po' voltargli le spalle: le prime esperienze registiche si rivelano dei fallimenti totali. Molti progetti in fase di lavorazione vengono cancellati per problemi con la censura, e per un attimo sente nostalgia della sua Pechino. Realizza Figli della buona terra ma la pellicola viene censurata prima in patria e poi in tutta l'Asia. Nonostante quelli fossero anni di rinnovamento, la censura resta asfissiante, specie per una pellicola che parla della resistenza all'invasione giapponese.
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King Hu si ricorda di ciò che lo rendeva felice da bambino: il disegno e l’opera. Tornando ai ricordi d’infanzia, di quando mamma e papà gli leggevano The drunkard Beggard si dedica al suo primo wuxiapian, Le implacabili lame di rondine d'oro (1966), ispirato al romanzo e carico di coreografie da Opera.

Finalmente ritrova gioia e costanza: il successo inaspettato di questo film gli permette di svincolarsi dalla Show brothers per trasferirsi a Taiwan e girare i suoi successivi film. King Hu diventa quindi “il ribelle del wuxiapian”: colui che, stanco dei grossi studi hongkongesi, preferisce quelli più modesti di Taiwan. Qui, appena arrivato, realizza un grande successo: Dragon Gate Inn (1967), che nel corso del tempo acquisisce sempre più valore, tanto da essere omaggiato da Tsui Hark, suo fidato allievo, con The flying swords of Dragon gate, primo film in 3D di tutta la Cina.

Il suo manifesto sicuramente rimane A touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante, del 1971. Si tratta di un progetto lungo, sfiancante, che dura tre lunghi anni. Incontra tante difficoltà, legate alle limitazioni imposte dal Partito Nazionalista Cinese, da sempre fedele all'ideologia confuciana e lontana da quella taoista: tra le altre cose, nel suo film dovrà limitare gli aspetti sovrannaturali. Così una storia di fantasmi e magia, diventa l'occasione per parlare di vita e buddhismo. King Hu, durante i tre anni di produzione, vive una sorta di illuminazione a riguardo, prendendosi gioco del Partito con la frase «Confucio dice che non esistono i fantasmi», pronunciata nel film, che sembra quasi un voler mettere le cose in chiaro: King Hu voleva fare le cose a modo suo, ma Confucio e il suo partito non hanno voluto.
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La leggenda dice che King Hu rimane fermo per ben due anni solo sull'ultima sequenza del film. Aveva deciso di mostrare al mondo il raggiungimento dell'illuminazione, il raggiungimento dello stato di satori, ossia l'uomo che diventa Buddha. E, dopo due anni di meditazione, riesce a realizzare la scena madre, evocativa e intima allo stesso tempo. A touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante vive di misticismo, di colori vivaci e di raggi di luce accecanti che filtrano tra gli alberi; è un tripudio di spazi aperti, cascate, fiori di loto, insetti e libellule che creano sagome a forma di cuore. Questi spazi, lontani dal jiang Hu che esplorerà solo con le successive pellicole, hanno un sapore di libertà, perché King Hu finalmente ce l'ha fatta. Quel bambino è diventato grande.

L’eredità di King Hu tra Ang Lee e Tarantino
A touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante diventa un successo planetario, riuscendo a sbarcare persino all'importante Festival di Cannes. Da quel momento in poi, il pechinese arrivato a Hong Kong e trasferitosi a Taiwan, sarà considerato il maestro del genere, omaggiato e amato da tutti: da Tsui Hark, con cui litigherà sul set di Swordsman e per cui abbandonerà il film a metà della produzione; a Zhang Yimou e Ang Lee, che come il maestro King Hu, si rifaranno all'eleganza dell'Opera pechinese.

L’Italia lo omaggerà al Far East Film Festival e si mangerà le mani per aver rifiutato un suo progetto su Matteo Ricci, gesuita missionario in Cina, che per questo non ha mai visto la luce. Quentin Tarantino, da sempre, lo indicherà come un maestro a cui ispirarsi e che ha reso possibile, grazie al suo modo di vedere il cinema, la realizzazione di film come Kill Bill. Tutti ameranno questo uomo fortunato, che ha incontrato tanti ostacoli, riuscendo sempre a superarli.
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King Hu riuscirà a realizzare altre pellicole immortali, come The fate of Lee Khan e Legend in the mountain, in cui via via si distanzierà dal genere wuxia, pur lasciando intatta la complessa poetica ed estetica. King Hu sperimenterà e darà vita a combattimenti a suon di tamburelli o giocati nelle menti dei protagonisti (qualcosa di simile accadrà in Hero di Yimou) con la solita leggiadria, la coreografia armoniosa, il misticismo e l’estetica del vuoto, la filosofia taoista e zen.

King Hu non è più un bambino che sogna di diventare Sun Wokong, né un adolescente in cerca di fortuna nel mondo. King Hu ora è un uomo. Muore a 65 anni. Dopo aver passato gli ultimi dieci anni a Los Angeles, nel nuovo mondo, torna a casa un'ultima volta prima di morire. A Taipei, la capitale di Taiwan, il posto dove si è sentito davvero a casa, King Hu si spegne per una complicanza durante un'angioplastica. Solo in quel momento, la fortuna lo abbandona. Ma ormai King Hu è diventato Re.

di Alfredo De Vincenzo
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