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Horror e razzismo: da Romero a Jordan Peele, quando l'orrore è politico

L'horror non è solo il genere cinematografico della paura, ma quello che più di qualunque altro riesce a riflettere sulla società e sui mostri che la infestano: come il razzismo

Vi siete mai chiesti perché nei film horror il nero muore sempre per primo? La domanda, ovviamente ironica e provocatoria, è un punto di partenza per esaminare il rapporto tra horror e razzismo e tutto ciò che questo genere cinematografico ha fatto per denunciare questo mostro terribilmente reale.
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L'horror non è solo il genere cinematografico della paura e del terrore, ma quello che più di qualunque altro riesce a riflettere sulla società e sui mostri che la infestano. Non a caso la prima pellicola da considerare è di George A. Romero, un regista tanto horror quanto politico, che non ha mai fatto mancare metafore e sottotesti nei suoi film.

La notte dei morti viventi e gli horror "politici" di Romero
L’anno è il 1968. Romero è in viaggio in auto verso New York, con la prima copia stampata della sceneggiatura de La notte dei morti viventi, in cerca di finanziatori, quando la radio annuncia l’assassinio a Memphis di Martin Luther King.

Anni dopo il regista commenterà così questo episodio: «Immediatamente pensai che il mio primo film sarebbe diventato un film totalmente politico» e in parte fu così.

Per il ruolo del protagonista Ben viene scelto Duane Jones, attore afroamericano sconosciuto: una scelta insolita se si considera il contesto sociale degli USA sul finire degli anni '60 (la guerra del Vietnam, gli Hippie, il movimento dei diritti razziali, le Black Panthers) e ancora più insolito se si pensa che nel film non vi è nessun riferimento al colore della sua pelle. Romero dichiara che Jones viene scelto semplicemente perché il suo è stato il provino migliore. Non la sapremo mai se sia vero o no, ma è un dato di fatto che Romero porta avanti questa scelta anche nei film successivi: in Zombie il protagonista è Ken Foree (altro attore di colore allora sconosciuto, al suo esordio), ne Il giorno degli zombie l'afroamericano Terry Alexander e ne La terra dei morti viventi chi comanda l'orda di zombie è Big Daddy, anche lui black.
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Insomma, la propensione a selezionare protagonisti di colore per la saga degli Zombie di Romero appare come una vera scelta politica, perfettamente in linea con il suo modo di fare cinema. Inoltre il finale de La notte dei morti viventi, nonostante sia stato girato più di cinquant’anni fa, è più attuale che mai: il protagonista viene svegliato dagli spari di una pattuglia che sta setacciando i dintorni della casa. Uno di loro vede Ben all'interno della casa con un fucile e, scambiandolo per uno zombie, gli spara in piena fronte. Un epilogo talmente grottesco da risultare quasi premonitore.

Che cos’è la Blaxpoitation
Negli anni '70 fiorisce questo sottogenere cinematografico che, sin dal nome, unisce la cultura black con l'exploitation, ovvero l'ondata di cinema "meno ricco" e più spinto (in termini di sesso e violenza mostrati sullo schermo) che stava dilagando in quegli anni. A lanciare questo sottogenere è Shaft il detective, storia di un investigatore privato incaricato di trovare una ragazza scomparsa. Costato un milione di dollari, ne incassa dodici, generando due sequel e un remake nel 2000 con Samuel L. Jackson, più relativo sequel su Netflix.
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Altri gloriosi esempi sono Blacula, rivisitazione nera del celebre vampiro, il prison-movie Donne in catene (uno dei primi film dell'icona Pam Grier, poi rilanciata da Tarantino in Jackie Brown, film che deve molto al blaxpoitation) e cult come Foxy Brown e Coffy.

A metà degli anni '70 questo sottogenere è al centro di numerose polemiche che lo vedono come un prodotto negativo, dato che molti film erano scritti e diretti da bianchi e molti dei protagonisti neri erano spesso stereotipati, messi in cattiva luce e descritti con un occhio razzista, che sfruttava questa comunità solo con il fine di lucrare su di essa. Con il trascorrere degli anni (e la morte del sottogenere) le polemiche si sono placate e molti ora difendono il blaxpoitation, riconoscendogli l’innegabile merito di avere incrementato la presenza degli afroamericani sul grande schermo. Questi film inoltre spianano la strada a un altro sottogenere degli anni '90: il film di denuncia del ghetto afroamericani, il cui più illustre autore è senza dubbio Spike Lee.

Storia di un cult: Candyman
Negli anni '80 il genere horror è caratterizzato dal dilagare dello slasher e dall'affermarsi degli autentici "mostri sacri" del genere. Icone come Freddy Krueger, Michael Myers, Jason Voorhees e Faccia di Cuoio. E i black? In questi film erano spesso relegati a ruoli secondari, marginali. Almeno fino al 1992 quando sugli schermi arriva Candyman, il primo boogyman afroamericano. Foto Articolo
Un uncino al posto della mano destra, uno sciame di api che gli dilaniano il corpo sotto il pesante cappotto e la presenza fisica dell'attore Tony Todd l'hanno reso immediatamente un'icona. Il film si basa sul racconto The Forbidden di Clive Barker (quello di Hellraiser per intenderci) e, al contrario dei suoi colleghi bianchi, la genesi di questo mostro è fortemente ancorata alla cultura black e al razzismo intrinseco degli Stati Uniti.

In origine il suo nome era Daniel, figlio di uno schiavo di una piantagione di cotone in Louisiana, incredibilmente dotato per il disegno e la pittura; al punto che un ricco proprietario terriero lo ingaggia per dipingere un ritratto di sua figlia. I due si conoscono, si innamorarono e quando la ragazza rimane incinta, scoppia uno scandalo. Daniel viene torturato, la mano destra (quella con cui dipingeva) viene tagliata con una sega arrugginita, dopodiché il suo corpo è cosparso di miele e lasciato in pasto alle api, affinchè lo finissero mentre i suoi aguzzini lo schernivano al grido di "Candyman!"

Il fenomeno Jordan Peele
Il comico Jordan Peele nel 2017 esordisce alla regia con Scappa - Get Out: un prodotto Blumhouse, realizzato con pochi soldi e ancor meno location, ma incentrato su un'idea fortissima. Il protagonista è Chris, brillante ragazzo di colore, terrorizzato all’idea di incontrare la famiglia della sua innamorata Rose, bianca e ricca. La critica sociale, ben dichiarata e portata avanti nel corso del film in modo mai banale, fa di Scappa - Get Out un piccolo caso. Il film colleziona quattro nomination agli Oscar (tra cui Miglior film e Regia) e si aggiudica la statuetta per Miglior sceneggiatura originale.
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Scappa - Get Out lede un nervo scoperto dell'America contemporanea, un morbo che attanaglia gli USA da centinaia di anni e che, nonostante l'edulcorazione dei media e le numerose proteste che negli anni si sono fatte sentire a gran voce, pare ancora molto lontano dall'estinguersi. La critica sociale di Peele con il suo secondo film, Noi, si è fatta più generica e meno incentrata sul razzismo.

Ora c'è gran curiosità per il già annunciato remake di Candyman, di cui è egli stesso produttore: il film promette, sin dal trailer, un'altra bella dose di denuncia sociale black. Stesso discorso vale per la serie tv Lovecraft Country, di cui Jordan Peele è produttore esecutivo, che unisce horror e un racconto ben marcato del razzismo nell'America rurale degli anni '50, contesto in cui nacque il Ku Klux Klan.
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Insomma, il cinema horror negli anni ha sempre denunciato il razzismo, in vari modi e con varie chiavi di lettura, e di questo passo seguiterà ancora a lungo ad attingere all’attualità per costruire i suoi orrori di celluloide. Del resto, la realtà è molto più malata di quel che possiamo immaginare.

di Marco Filipazzi
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