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Ritorno al cinema: quando Jurassic Park e Il Signore degli Anelli hanno inventato la meraviglia

L'emozione più forte che si può provare in una sala cinematografica è lo stupore, la meraviglia: sono due i film fondamentali che l'hanno portata sullo schermo

Dopo più di tre mesi, finalmente riaprono i cinema. Cosa ci è mancato di più del buio della sala? Quel momento in cui le luci si spengono: quell’istante che ognuno di noi affronta, in modo diverso, a seconda dell'età, del film e delle persone con cui è in sala.

«È il respiro profondo prima del balzo» direbbe Gandalf. Un momento che si dilata caricandosi di aspettative e adrenalina. La prossima volta che andrete al cinema, guardatevi intorno: c’è il gruppo di nerd elettrizzati per l'ultimo cinecomics che porta sullo schermo il loro personaggio preferito; la coppietta innamorata, che vede il film solo come pretesto per stare insieme; i ragazzini al loro primo horror in sala; quelli che si gustano un film d'autore, godendosi ogni inquadratura minuziosamente studiata: ciò che accomuna tutta questa umanità è l’emozione.
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E di tutte le emozioni che si possono provare al cinema, la più bella è senza dubbio lo stupore.

La meraviglia che c’è negli occhi di un bambino che guarda per la prima volta i giganteschi dinosauri di Jurassic Park prendere vita sullo schermo.

Benvenuti a Jurassic Park
Era un sabato pomeriggio plumbeo sopra Milano. Ricordo che iniziò a piovere qualche minuto dopo che, insieme ai miei genitori, avevamo varcato l'ingresso del cinema. L'atrio era affollato di gente, soprattutto famiglie come noi, intente a comprare i biglietti per lo spettacolo o pop-corn e Coca Cola per accompagnare la visione. Ci accomodammo in sala. Era uno dei vecchi cinema della città, con poltrone di velluto rosso scuro e grosse tende dello stesso colore ai lati della sala; una sala che era ancora divisa tra platea e galleria.
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Sopra ognuna delle poltrone c'era un piccolo opuscolo di una decina di pagine, con un sacco di foto tratte sia dal film, sia dal dietro le quinte. Foto che mostravano come avessero realizzato i dinosauri, a suon di sculture, animatronics e protesi di lattice. A conti fatti quello fu il mio primo incontro con Stan Winston e con il concetto di effetti speciali.

Poi la gente prese posto, le luci si abbassarono e l'aria si riempì di elettrica eccitazione. E il film iniziò. All'epoca avevo sette anni e Jurassik Park non era il primo film che vedevo al cinema: ma, di sicuro, è quello di cui conservo il ricordo più vivo, complice il fatto che ero in fissa con i dinosauri e che uno dei miei posti preferiti era (non a caso) il Parco della Preistoria di Rivolta d'Adda.
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Vedere il brachiosauro fare la sua comparsa dopo appena quindici minuti dall'inizio, per me fu come il Big Bang. Lo stupore, la meraviglia per l'impossibile e proverbiale Spielberg-face del professor Grant e della professoressa Sattler ( «Welcome to Jurassic Park») era anche la mia: occhi sgranati e mascella a penzoloni, mentre il gigantesco rettile si issava su due zampe ad addentare la fronda di un albero. Quello sullo schermo non era vero, lo sapevo, lo avevo visto nell'opuscolo, eppure… lo sembrava.

Sembra reale ancora oggi, visto in HD sulla tv di casa, dopo che ci siamo assuefatti a tonnellate di CGI ben più stupefacente di quella… figurarsi al cinema per un bambino degli anni '90, che non aveva mai sentito parlare di computer grafica. Quando poi si arrivò alla cruciale scena della fuga del T-Rex dal suo recinto, in quel momento capii che il cinema e la sua magia sarebbe stata una delle pietre angolari della mia vita; cosa che di fatto, ancora oggi, a ventisette anni di distanza da quel pomeriggio uggioso, non è stata smentita.
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Jurassic Park fu anche il primo film che vidi due volte in sala, tornando la settimana seguente con i miei zii. Ancora oggi, questo film incarna alla perfezione il concetto di "magia del cinema"; uno stupore così fulgido e raro che ho provato una sola altra volta entrando nel buio di una sala, otto anni dopo.

Voi sarete la compagnia dell'Anello
Il tardo pomeriggio di un sabato di metà inverno. Anche in questo caso il cielo era grigio, opprimente; aveva piovuto sino a qualche ora prima. Con il senno di poi molti film "cruciali" li ho visti con la pioggia. Avevo sedici anni all'epoca e, rispetto a Jurassic Park, di cinema ne sapevo un pochino di più; comunque abbastanza per capire che quello a cui avrei assistito sarebbe stato un vero "evento cinematografico" come pochi altri mi sarebbe capitato di vedere in vita mia.
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Era il 19 gennaio 2002 e il film in questione era Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello , uscito con colpevole ritardo nelle nostre sale un mese dopo rispetto al resto del mondo. Abitando fuori Milano, per raggiungere il multisala dovevamo farci accompagnare in auto da qualche genitore, così avevo convinto tutti (mio padre compreso) che il film iniziasse mezz'ora prima rispetto all'orario in cartellone. Giusto per essere sicuro di arrivare in tempo e fare tutto con calma, nonostante i biglietti li avessimo già comprati. Quello era il mio stato di ansia per la visione. Una smania quasi compulsiva. Un film che era diventato un'ossessione ancor prima di vederlo, in cui credevo moltissimo e che avevo consumato, a furia di rileggerlo, gli articoli che apparivano su Ciak.

Eppure non sapevo che quello sarebbe solo stato l'inizio: si sarebbe impadronita del tutto di me solo a fine film, alimentandosi nei due anni successivi, mandandomi in fissa come Gollum con il suo tesssssoro. Da buon nerd quale già ero, conoscevo la saga di Tolkien, avevo il gioco di carte degli anni '90 (in stile Magic) e durante le vacanze di Natale avevo letto il libro, almeno il primo volume. Le aspettative erano altissime, l'eccitazione insostenibile.
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La sala, con mio grande stupore, era mezza vuota. Ci sedemmo centralissimi e, mentre aspettavamo l'inizio del film, seguitavo a cambiare posizione sulla poltrona ogni dieci secondi. Poi le luci si abbassarono, il buio inghiottì la sala e in quell'oscurità l'elfica voce di Dama Galadriel ci prese per mano accompagnandoci nella Terra di Mezzo.

«I amar prestar aen. Il mondo è cambiato»: e cambiò per davvero, dopo. Non solo per me, che a fine visione avevo gli occhi pieni di lacrime («Ho fatto una promessa Padron Frodo / Non devi perderlo, Samvise Gamgee, e non voglio farlo», ogni volta che vedo quella scena non riesco a trattenermi) e meraviglia per tutto ciò che avevo appena visto e che non vedevo l'ora di riguardare. Tre ore volate via in un soffio. Un anno per scoprire come la storia sarebbe stata portata avanti. Per vedere finalmente Gollum.
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Il mondo cambiò davvero. Come Jurassic Park, anche Il Signore degli Anelli rivoluzionò il concetto di cinema. Fu anche l'ultimo blockbuster artigianale, dove tantissimo di ciò che si vede sullo schermo è stato costruito da fabbri, artigiani ed effettisti speciali della Weta. E sebbene, a quasi 20 anni di distanza, alcune cose non siano invecchiate benissimo (sto parlando di te, Barbalbero, e dei tuoi amici Ent) Il Signore degli Anelli resta la summa più alta della meraviglia che il cinema può suscitare nello spettatore.

Non sarebbe mai più accaduto, non in modo così profondo. Nemmeno Jackson è riuscito a bissare quella magia con la trilogia de Lo Hobbit, ma ciò non vuol dire che non ci siano state emozioni diverse. Più "mature" se vogliamo. Poter tornare al cinema vuol dire (anche) poter tornare a perdersi in questi mondi.

di Marco Filipazzi
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