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Ritorno al cinema: storie di lacrime, sorrisi e disincanti in sala

Le lacrime da bambini, la passione dei giovani e il disincanto che arriva con l'età adulta: le emozioni del cinema, film dopo film

La mia prima reminiscenza legata alla sala cinematografica viene da quel tempo remoto da cui si attingono i primi ricordi, quelli che lasciano impronte profonde ma dai contorni tremolanti. Intanto, nella sala, il buio - grande paura della mia infanzia - e in mezzo al buio una storia tragica: quella di un elefantino nato con orecchie deformi, umiliato, preso in giro da tutti, e poi allontanato dalla sua mamma, l’unica che gli voleva bene. Mai seppi che Dumbo avrebbe imparato in seguito a volare, perché in preda ai singhiozzi più sfrenati, in un fiume di lacrime, venni presa per mano dai nonni che mi accompagnarono all’uscita.
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La Disney ci andava giù pesante coi sentimenti dei bambini già dal 1948 – e anche se lo vidi in una proiezione ben più tardiva – mi rimase addosso la diffidenza nei confronti di tutte le manipolazioni emotive nella finzione scenica. Quando, di recente, mi proposero di vedere il film omonimo di Tim Burton, regista che pure amo molto, mi ricordai di quell’appuntamento dal dentista che proprio non potevo mancare… Un imprinting così doloroso avrebbe potuto ingenerare un’avversione per il cinema, ma che cosa c’è di più bello di soffrire un po’? Così diceva Charles Denner a una bambina in lacrime per un capriccio ne L’Uomo che Amava Le Donne.

Quel senso di tragica serietà nell’approccio cinematografico caratterizzò tutta la mia prima giovinezza: insomma, il cinema doveva essere una cosa ben seria se mi venivano negate da un veto familiare tutte le visioni dei film con Alvaro Vitali, Bud Spencer e Terence Hill, che mangiavano un sacco di fagioli e divertivano tanto i miei coetanei.
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Poi un giorno, a poco più di vent’anni, alle proiezioni universitarie ci fu la rivelazione: quei ragazzi un po’ nerd, taciturni e chini sulle biografie di Fassbinder, appena calava il buio diventavano critici cinematografici spietati, come non se ne vedranno mai.

I film del terrore trasformati in commedie, le commedie si riempivano di urlacci. Capaci di tacere religiosamente di fronte a Fritz Lang, non perdonavano al regista di turno una sola sbavatura, e giù risate quando calava la mannaia sulla testa della povera Daria Nicolodi e anticipazioni irriverenti, commenti ironici, parole salaci che puntualizzavano la battuta dell’attore un po’ cane, o capitato in una produzione penalizzante.

Insomma, il cinema non era sempre sacro. Quando si stava tutti insieme ci si poteva pure divertire! Imparai così a vedere il ridicolo involontario, a scovare la prosopopea e, al contrario, ad apprezzare la bellezza della semplicità, quando c’è verità. A vent’anni eravamo critici formidabili, forse, ma non ci fu mai dato saperlo perché quel professore un giorno ci disse: «Questo mestiere vi piace? In Italia non lo farete. Come vi chiamate di cognome? Avete amicizie e legami importanti?». Uscimmo da quella lezione chi triste e chi arrabbiato, qualcuno forse rafforzò il suo interesse, altri cambiarono il piano di studio.
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E poi, e poi, dopo il pianto e dopo le risa, una volta al cinema incontro lui. Ci conosciamo vagamente ma ci presentiamo. Il film è di un regista che adoro ma presagisco che non ci capirò niente, perché lui mi prende subito a braccetto e mi si mette vicino vicino. Profuma di sapone, di bagnoschiuma, di qualcosa di indefinibile e paradisiaco. Mi offre delle caramelle, inizialmente non le accetto per educazione ma dopo cinque minuti finisco il pacchetto.

Facendomi forza, riesco a immergermi nella storia, che è meravigliosa e triste. Come sempre, piango, ma ho imparato a non farmene accorgere. Purtroppo, anche nella vita. Le luci si accendono, siamo un po’ frastornati e non parliamo. Non si parla mai dopo un film e chi chiede «Ti è piaciuto?» è un barbaro, in ogni circostanza. Ma lui invece non solo profuma, ma tace e forse capisce tutto, ogni cosa. Fuori dal cinema lo guardo e per me è Sigfrido, soffuso di luce divina. L’eroe germanico che mi dice «Io ho qui la macchina, tu tanto prendi l’autobus, no?» e io che rispondo «Certo» mentre invece lo avrei seguito anche in Burgundia senza lamentarmi e a piedi nudi.
«Ci si vede a una di queste proiezioni, prima o poi»
«Certo, ci si vede» replico nel modo più soave che posso.
Mentre la trama di Cloud Atlas si forma e si disfa nella mia mente e tutti sentimenti della Margherita Gauthier di George Cukor, riversa sul letto di morte, mi straziano lo stomaco.
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Perché il cinema è così, come ve l’ho raccontato io. Lacrime silenziose, battutacce trattenute, ma anche libertà e verità. Al buio è meraviglioso ma, a volerlo per forza guardare troppo da vicino, con una candela, si rischia di far cadere una goccia di cera e perdere tutto. Non va illuminato troppo, non si può vedere alla luce casalinga di una tv. Il cinema, proprio come il grande amore, è tessuto di sogno. È un’alchimia, vive davvero solo nella sala cinematografica, con un pizzico di buio e desiderio di volare, viaggiare, immaginare.

di Emanuela Di Matteo
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