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Requiem for a dream

03/29/2008 11:00

Vito Sugameli

Recensione Film, Darren Aronofsky, Jared Leto,

Requiem for a dream

Dopo il suggestivo simbolismo in bianco e nero impiegato nel film d'esordio π - Il teorema del delirio, Darren Aronofsky ritorna dietro la macchina da presa ada

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Dopo il suggestivo simbolismo in bianco e nero impiegato nel film d'esordio π - Il teorema del delirio, Darren Aronofsky ritorna dietro la macchina da presa adattando l'omonimo romanzo di Hubert Selby Jr. per il grande schermo, sotto la sua stessa e attenta supervisione. Il film non si limita a criticare l'(ab)uso di droghe bensì articola un ampio discorso sul controllo mentale e mostra, con sguardo glaciale e nichilista, i danni causati da qualsiasi forma di dipendenza.

Harry (Jared Leto) con la compagna Marion (Jennifer Connelly) e il suo migliore amico Tyrone (Marlon Wayans) decidono di mettersi in affari spacciando droga in maniera autonoma e in grosse quantità. Una scelta rischiosa nonostante le entrate continuino ad aumentare a ritmo serrato. Nel frattempo la madre di Harry, Sara Goldfarb (Ellen Burstyn), riceve una chiamata inattesa da una trasmissione televisiva. Presa dal desiderio di comparire in televisione, comincia una dieta a base di pasticche per poter entrare nel vestito rosso, ricordo ormai opaco di un passato glorioso. Finisce l'estate ed inizia l'autunno. Da questo momento in poi l'ottimismo cede il passo alla deriva psicologica, i toni si fanno freddi e nei volti dei protagonisti si disegnano espressioni sempre meno compiaciute, degne di un requiem: nessuno di loro riuscirà a vedere con gli occhi di un tempo i colori consolanti della primavera.

Per facilitare la creazione di questa atmosfera malata e opprimente, Darren Aronofsy ridisegna la funzione della cinepresa e la fissa sulle spalle degli attori; ricerca inoltre nuove idee visive e sperimenta su un piano emotivo la dilaniante consapevolezza della vita, senza sbavature interpretative o ampollosi concetti filosofici basati sull'esistenzialismo. Un approccio, il suo, che ha portato alla definizione di un climax insostenibile, reso unico dall'ansiosa colonna sonora composta da Clint Mansell, dall'aggiunta di un filtro fotografico sporco (sensibile alla luce) e dal montaggio a perdifiato - con sequenze reiterate e funzionali split screen - senza il quale il regista non avrebbe potuto articolare contemporaneamente e con tale efficacia le diverse microstorie. A supporto dell'ottima direzione artistica si aggiunge un cast formidabile su cui si erige la strabiliante Ellen Burstyn, già vista ne L’esorcista e nel discusso L'albero della vita, sempre di Aronofsky. Requiem for a dream non è tanto la fotocopia paranoica di Trainspotting, quanto una visione complementare alla deriva autodistruttiva diretta da Danny Boyle, in cui, ancora una volta, non c'è spazio per la compassione e per il lieto fine.

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