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Io sono Anna Magnani

22/03/2009 12:00

Giuseppe Salvo

Recensione Film,

Io sono Anna Magnani

Chiamatela Anna Magnani, o Nannarella, o semplicemente Anna, evocherete in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo l’attrice, la donna, la rappresentazione condens

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Chiamatela Anna Magnani, o Nannarella, o semplicemente Anna, evocherete in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo l’attrice, la donna, la rappresentazione condensata e ineguagliabile di una nazione intera, ma anche, e sopra ogni cosa, l’essenza intensa e profondissima del significato viscerale, ed eternamente incomprensibile – per questo sublime – dell’essere femminile.


In tutta una vita, è stata un simbolo, un simulacro, un punto di riferimento per tutta la massa di umili del dopoguerra italiano – dibattuti tra povertà e ingiustizia –, e al tempo stesso popolare, “immersa” in quella umiltà, portavoce, attraverso il suo corpo, e interpretazioni sapientemente in bilico tra la finzione cinematografica e realismo suburbano, di un popolo vessato e sopraffatto. Certo, la sua parabola artistica prende piede sul palco, fra teatro di posa e rivista; ma queste esperienze si rivelano un prezioso e ineludibile bagaglio dal quale attingere una volta sul set. La vena istrionica, quella verve mattatrice e sardonica, è il sostrato che rende l’attrice Anna Magnani autentico “animale” attoriale, che nelle mani dei più grandi registi del secondo dopoguerra – da De Sica, passando per Rossellini, Visconti, fino a Pasolini – sarà fonte inesauribile di professionalità, capacità, nonché strepitosa autonomia artistica. Tutti i personaggi interpretati hanno un saldo scheletro caratteriale, una ben conformata fisionomia, ma acquistano il loro immenso valore grazie alle naturali doti fisionomiche, alla strepitosa intuizione e capacità di rendere quei personaggi persone, più che verosimili, reali. Ecco perché non possiamo non avvertire un sensibilissimo lamento nelle vene, un flebile e profondo sussulto nel petto ogni volta che Assunta Spina si consuma di passione, tutte le volte che Maddalena Cicconi invoca “aiuto” in preda alla più intima disperazione, o quando Sora Pina corre dietro al suo Francesco: la piangiamo lì, inerte, sepolta dalla veste nuziale, mentre abbandona, nel giorno delle nozze, la vita.


Il documentario di Chris Vermorcken è un inno partecipato, un atto d’amore incondizionato. La pellicola cammina in equilibrio tra la dimensione pubblica della Magnani, e quella più strettamente umana. Racconta gli esordi, i suoi straordinari successi della seconda metà degli anni Quaranta, fino all’esperienza oltreoceano e il riconoscimento mondiale raggiunto con l’Oscar – per l’interpretazione al fianco di Burt Lancaster in The Rose Tattoo del 1955. Ma anche le fragilità abissali di una donna sempre preda di voragini emotive e carenze insondabili, sempre ingorda di attenzioni e di affetto. La seguiamo, trasportati da un montaggio che alterna sequenze celebri – fra tutte, quelle indimenticabili di Roma città aperta, Bellissima, Mamma Roma, L’onorevole Angelina – a interviste esclusive, oltre che della stessa attrice, dei compagni, colleghi e amici di una vita: dall’intimo trasporto di Rossellini, all’enorme stima professionale di Mastroianni, fino alla devozione di Eduardo De Filippo che per lei stravide, al cordoglio di Visconti; infine, le parole strozzate di Giulietta Masina sono lacrime che irrorano la memoria, desolata. Ci apriamo ad una grande nostalgia, per un’epoca in cui il nostro cinema era caput mundi – come lo fu il Rinascimento, come era stata l’antica Roma, secondo una ineluttabile ciclicità – e rimpiangiamo Nannarella, commuovendoci con lei, mentre con splendida voce e sguardo bruciante – in una delle sue ultime interpretazioni, La Sciantosa –, intona ai reduci mutilati del fronte ‘O Surdato ‘nnammurato. Di questi cuori – superstiti – sei stata primo e ultimo amore.


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