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Shirin

04/04/2009 10:00

Silvia Badon

Recensione Film,

Shirin

Trepidamente atteso alla 65^ mostra del cinema di Venezia, il film Shirin di Abbas Kiarostami ha spiazzato critica e pubblico...

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Trepidamente atteso alla 65^ mostra del cinema di Venezia, il film Shirin di Abbas Kiarostami ha spiazzato critica e pubblico. Chi conosce i precedenti lavori del regista iraniano (Il sapore della ciliegia, Sotto gli ulivi, tra i più famosi), sarà già abituato ai caratteri peculiari della sua cinematografia, caratterizzata da ritmi lenti e riflessivi; ma Shirin sfida qualunque appassionato.


La situazione ricreata da Kiarostami è quella di uno spettacolo, un classico del teatro persiano: Khosrow e Shirin, la storia della principessa d’Armenia. Lo spettatore in realtà non vede mai il palcoscenico su cui si sta svolgendo la rappresentazione; può soltanto immaginare le scene e seguire le voci degli attori, i rumori del teatro. La macchina da presa punta il suo obbiettivo invece sui volti delle persone del pubblico teatrale, composto principalmente da donne. Per un’ora e mezza lo spettatore viene cullato dalle voci melodiche dei personaggi del dramma persiano, trova il proprio coinvolgimento specchiandosi nei primi piani appassionati delle spettatrici: centoquattordici attrici iraniane, intervallate solo dalla francese Juliette Binoche. Ogni volto racconta una storia, lacrime e lievi sorrisi mostrano come ogni donna inquadrata cerchi in se stessa la principessa del dramma.


Anche in questo ultimo lavoro, Kiarostami è riuscito a portare una buona dose di liricità e poesia, ma non così facili da cogliere per il pubblico cinematografico odierno. Il film non si presenta di semplice fruizione, occorrono buona pazienza e orecchio attento, pronti a farsi trascinare sulle vie di storie orientali. Nel panorama del cinema contemporaneo, dove l’effetto visivo e spettacolare diventa predominante rispetto alla qualità delle storie, solo un affermato maestro del cinema poteva permettersi la scelta di Kiarostami: creare un’opera dove il vero protagonista è il fuori campo, quello che di solito la macchina da presa esclude. Dopo i primi minuti, la sfida ormai è lanciata: sta allo spettatore davanti allo schermo decidere se “abbandonare il campo” o portare a termine tale esperienza uditiva e immaginativa.


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