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Arancia Meccanica

07/10/2011 10:00

Kriss Rifurgiato

Recensione Film,

Arancia Meccanica

Quarant’anni portati splendidamente, qualcuno provi pure a negarlo...

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Quarant’anni portati splendidamente, qualcuno provi pure a negarlo. Era il 1971 quando Arancia Meccanica veniva proiettato in anteprima mondiale a New York imprimendo una svolta decisiva alla storia del cinema. Film profetico, illuminato, allucinato, è considerato tra quelli che hanno maggiormente influenzato le successive generazioni di cineasti di tutto il mondo. L’estro di Stanley Kubrick, l’oscuro talento di un giovane Malcolm McDowell, una colonna sonora strepitosa e una sceneggiatura visionaria concorrono a fare di questo cult un indubbio capolavoro d’estetica cinematografica. La sceneggiatura, tratta da A Clockwork Orange, un romanzo dell’inglese Anthony Burgess, racconta le imprese di una banda di teppisti, i "drughi", capitanati da Alex, giovane londinese sui generis, «i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra violenza e Beethoven». Il racconto delle loro gesta viene narrato in prima persona da Alex stesso attraverso il "nadsat", un bizzarro linguaggio inventato dall’autore del romanzo mescolando termini dello slang inglese e lingua russa.


La prima scena del film vede la gang al completo mentre, al Korova Milk Bar, sorseggia lattepiù, una bevanda a base di latte con l’aggiunta di mescalina e altre sostanze stupefacenti. Il proseguo è uno sconvolgente susseguirsi di episodi agghiaccianti come il brutale pestaggio di un barbone, una rissa con una banda rivale, una folle corsa nella notte a bordo di una Durango, l’irruzione a casa di uno scrittore che viene malmenato brutalmente e la cui moglie verrà uccisa da Alex dopo essere stata stuprata. Così trascorre la sua esistenza il capo dei Drughi, tra notti da delinquente e giorni fatti d’inedia lasciandosi trasportare dalla deriva del genio di Beethoven. Lotte intestine per la leadership del gruppo, intanto, finiscono per mettere Alex contro i suoi tirapiedi: i Drughi finiranno per tradirlo consegnandolo, praticamente, alle autorità. Nella seconda parte del film il giovane è alle prese con il famigerato “trattamento Ludovico”, un durissimo programma di rieducazione al quale decide di sottoporsi pur di sfuggire al carcere. Alex vivrà giorni scioccanti, immobilizzato in una poltrona, imbottito di farmaci e costretto da un congegno che gli spalanca le palpebre alla visione di filmati violenti. La cura, quantomeno nell’immediato, sortisce l’effetto voluto: all’uscita dalla clinica, del Drugo che era in lui non è rimasta nemmeno più l’ombra. Alex è un uomo nuovo, completamente disintossicato dalla violenza. Si accorgerà ben presto, però, quanto la società nella quale è inevitabilmente immerso sia un ambiente ostile per un essere pacifico. La posta in gioco è alta: ne va della sua stessa sopravvivenza. Forse, in questo mondo, alla violenza non c’è scelta, né cura.


Arancia meccanica non è semplicemente un capolavoro del cinema ma soprattutto una profonda e attenta riflessione, scevra da moralismi di qualsiasi natura, sulle delicate dinamiche che muovono i congegni interiori dell’animo umano. Parte del merito va sicuramente alla penna di Burgess ma Kubrick ha saputo cogliere il senso più intimo dell’opera adattandola magnificamente al linguaggio cinematografico e traducendola perfettamente in immagine. La regia è geniale in moltissime scene: memorabile la prima, nella quale la camera, stretta sul piano americano di un Alex dallo sguardo terribile, si allarga a scoprire il Korova Milk Bar, indimenticabile quella nella quale il giovane, cantando Singing in the rain, massacra di botte lo scrittore malcapitato di turno. La colonna sonora, da Beethoven a Rossini sino ad arrivare a Walter Carlos, ha una potenza tale da diventare essa stessa strumento narrativo; i costumi di Milena Canonero, come le divise dei Drughi ad esempio, sono divenuti leggenda; le scenografie della coppia Hagg/Sheilds sono una sintesi armonica di Pop Art, Bauhaus e Futurismo. Non meraviglia che nel ’71 Arancia Meccanica abbia suscitato scalpore, indignazione o cori esultanti al genio di Kubrick, stupisce invece che ancora oggi questa opera d’arte cinematografica sappia parlarci con un linguaggio di sconcertante attualità.


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