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Blood brothers

11/26/2011 11:00

Ingrid Malossi

Recensione Film,

Blood brothers

Esordio alla regia per Alexi Tan, aiutato da John Woo che lo produce (il film più che un remake è un dichiarato omaggio al suo famoso Bullet in the head) e dall

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Esordio alla regia per Alexi Tan, aiutato da John Woo che lo produce (il film più che un remake è un dichiarato omaggio al suo famoso Bullet in the head) e dalla Fortissimo che lo distribuisce in tutto il mondo. Due nomi che, per quanto riguarda il cinema asiatico, sono ampiamente sinonimo di successo, senza contare che persino l’amico Marco Müller, direttore artistico della Mostra del cinema di Venezia, si è prodigato affinché l’esordiente Tan fosse il film di chiusura del Festival nel 2007.


Tre giovani e innocenti amici lasciano il loro piccolo paesino dove sono nati e cresciuti da semplici pescatori per tentare la fortuna in una scintillante e lussuriosa Shangai che, negli anni ’30 è una città in grande fermento sia culturale che economico, grazie alle importanti influenze straniere che ne ampliano fin da subito le prospettive, senza contare che è la prima città della zona che si industrializza profondamente. I tre inseparabili Fung, Kang e Hu entrano subito in contatto con la malavita cinese, capitanata dal boss Hong, un improbabile produttore cinematografico, e dalla sua donna, la bellissima Lulù, la cantante del night club “Paradise” che i tre frequentano e di cui Hong è il proprietario. Proprio qui i fratelli si scateneranno in una lotta all’ultimo colpo per conquistarsi le simpatie del boss e avanzare di rango, disposti a tutto, persino a rinunciare per sempre alla loro amicizia.


Ispiratosi a capolavori come C’era una volta in America di Sergio Leone e a Il Padrino di Francis Ford Coppola, il regista cinese riesce perfettamente a coniugare le dissonanze, lo iato che si frappone fra due mondi in apparente contrasto. Fin dalle prime battute, Tan, cresciuto in Europa e affascinato dai film di Leone e Scorsese, porta l’occidente in oriente e non viceversa, presentando, fin da subito, due dimensioni totalmente contrapposte: il paesino dove vivono i tre giovani, bucolico e dalla bellezza quasi illusoria (forse il vero “Paradise” sulla terra, vuole consigliarci il regista), contrapposto alla fumosa città di Shangai, abitata da donne elegantissime che copiano apertamente le nobildonne francesi e inglesi dell’epoca, e da uomini con automobili cromate e sigarette senza filtro, sempre al fianco di ballerine di charleston. È vero, la storia è poca cosa, piena di stereotipi (la madre di uno dei tre è malata; la dark lady cerca la redenzione eterna; mafia, ingiustizie, lotta per il potere, non manca niente), senza contare le non poco flebili assonanze con l’America del proibizionismo incarnate nello stesso personaggio di Hong, il produttore cinematografico, che recluta ballerine per i suoi prossimi film, ma che nasconde tutt’altri fini. Una storia esile, ottimamente confezionata nel revival gangsteristico che, da una parte strizza l’occhio al Carlito’s Way di Brian De Palma, mentre dall’altra fa rivivere senza sbavature ed eccessivi virtuosismi le atmosfere di una Cina retrò, abitata da arrampicatori sociali uniti nella snervante lotta per il potere, il prestigio sociale, nella ricerca estenuante di un paradiso, che pare essere solo uno sgualcito ricordo del passato.


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