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Cesare deve morire

01/03/2012 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Cesare deve morire

A Rebibbia alcuni detenuti della sezione di massima sicurezza del carcere mettono in scena, sotto l’attenta guida del regista teatrale Fabio Cavalli, il Giulio

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A Rebibbia alcuni detenuti della sezione di massima sicurezza del carcere mettono in scena, sotto l’attenta guida del regista teatrale Fabio Cavalli, il Giulio Cesare di William Shakespeare. Ogni fase dello spettacolo, dai provini alle prove sino alla messa in scena, si svolge fra le mura di Rebibbia, con i protagonisti divisi tra l’immedesimazione e la rievocazione della propria vita prima e durante la prigione.


Il Giulio Cesare è probabilmente la più virile tra le tragedie di Shakespeare. Le donne non hanno alcun rilievo, non c’è amore né vicende sentimentali. C’è una storia di amicizia, la lotta per il potere, il tradimento, la libertà, il dubbio, l’omicidio, il rimorso, e non ultimo l’onore, quello di cui parla Marcantonio nel suo celeberrimo monologo d’accusa. Paolo e Vittorio Taviani non hanno avuto dubbi: la tragedia da mettere in scena doveva essere questa. Una storia di colpe, come quelle per cui i detenuti/attori scontano a Rebibbia le loro pene. E il film non nega mai allo spettatore la natura degli attori che vede sullo schermo: sin dall’assegnazione delle parti, sotto il volto di ogni protagonista designato compare una scritta con il reato e gli anni di carcere. Criminalità organizzata, malavita, omicidio. Pene dai 10 anni all’ergastolo. Gente che è in carcere ormai da una vita. Eppure Cosimo Rega/Cassio, rientrato nella sua cella dopo lo spettacolo, guarda lo spettatore dal grande schermo e ammette: «Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione». L’arte può fare sentire libero anche chi libero non lo è. Può restituirgli un volto, persino un’identità, e poi chiedergli di rinunciarvi per indossare i panni di Bruto, di Cesare, di Cassio. L’esperimento umano e la forza artistica delle componenti in scena (gli attori, il testo di Shakespeare, la regia di due dei più grandi nomi del cinema italiano, la collaborazione con professionisti del teatro) è tale da fondere la dimensione attoriale con quella evocativa. Lo spettatore può vedere, durante prove girate - in un bianco e nero crudele e contrastato - nelle celle o fra i corridoi o durante l’ora d’aria, Zazà Striano diventare Bruto per poi tornare Zazà, o ancora assistere all’inganno di Decio a Cesare e il momento dopo stupirsi nel vedere i due attori battibeccare realmente. Ci si commuove a vedere Antonio Frasca/Marcantonio non salire sul palco dopo il colloquio con la famiglia, ma colpisce di più sentirlo recitare l’atto d'accusa sul corpo di Cesare, parlando di ambizione e onore al “popolo romano” dei carcerati alle finestre. Nel portare in scena la congiura e l’uccisione di Cesare i protagonisti ogni tanto si inceppano, in un ricordo o in una battuta troppo difficile da dire, ammettendo però che «Questo Shakespeare sembra proprio parlare delle mie parti».


Per questa difficile pellicola i Taviani si sono avvalsi della collaborazione di Fabio Cavalli, regista teatrale, direttore artistico del Centro Studi Enrico Maria Salerno e co-sceneggiatore del film. La procedura è stata la stessa di qualunque altra messa in scena: i provini, la lettura del copione, le prove. Agli attori sono state fatte solo due richieste: la prima, di entrare nella parte e non avere paura se questa o quell’altra scena sarebbe risultata difficoltosa; secondo, di parlare nei loro dialetti d’origine, per non compromettere il procedimento di immedesimazione e credibilità. Il risultato finale è un film intenso, con una fotografia impeccabile esaltata ancora una volta dall’irreale bianco/nero, una sceneggiatura adattata in parte dai registi, in parte dagli stessi attori – come peraltro da tradizione shakesperiana – e una recitazione invidiabile. Non per nulla alcuni dei detenuti, una volta beneficiato dello sconto di pena, hanno continuato a recitare, a scrivere e a ricercare nell’arte la via per restare uomini liberi. L’esempio più calzante è quello di Salvatore Striano: uscito con l’indulto del 2006, ha intrapreso la carriera di attore con Cavalli, fino ad arrivare a recitare al cinema anche con Matteo Garrone. Per interpretare Bruto, Striano è tornato a Rebibbia, nei luoghi che lo videro prigioniero per anni.


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