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Marigold Hotel

03/23/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film, Commedia, Drammatico, marigold hotel,

Marigold Hotel

Spinti dalla solitudine e dall’insoddisfazione delle proprie vite, alcuni pensionati inglesi decidono di abbandonare le loro attività e partire per una vacanza

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Spinti dalla solitudine e dall’insoddisfazione delle proprie vite, alcuni pensionati inglesi decidono di abbandonare le loro attività e partire per una vacanza per l’India, dove il Marigold Hotel, lussuoso albergo con target rivolto agli ultra-sessantenni, promette un soggiorno indimenticabile. Sonny Kapoor (Dev Patel), gestore del Marigold Hotel, ha un sogno: fare della “delocalizzazione della vecchiaia” un business. I sette anziani si incontrano in aereoporto e da quel momento diventano inseparabili. Tra loro c’è Evelyn (Judi Dench), lasciata sola e piena di debiti dal marito defunto; Graham (Tom Wilkinson), giudice della corte suprema con un passato doloroso; Madge (Celia Imrie), divorziata alla ricerca di un nuovo marito; Norman (Ronald Pickup), alla ricerca di donne a cui dimostrare di essere ancora giovane; Muriel (Maggie Smith), ex governante burbera; Douglas (Bill Nighy)e Jean (Penelope Winton), coniugi sul lastrico dopo che i loro risparmi sono stati investiti nell’attività della figlia. Persone dai caratteri estremamente differenti, che condivideranno l’esperienza di una vacanza diversa da come l’avevano immaginata, ma che cambierà profondamente ognuno di loro.


Era il 1998 quando John Madden dirigeva Shakespeare in love, vincitore di 9 premi Oscar tra cui Miglior Film, Migliore Attrice non Protagonista (un’eccezionale Judi Dench nel ruolo di Elisabetta I di Inghilterra) e Miglior Sceneggiatura. Con Marigold Hotel, il regista inglese cuce, su alcuni dei migliori attori britannici in circolazione, una storia delicata con un soggetto brillante e originale. La “delocalizzazione della vecchiaia”, la trovata del giovane Sonny, gestore improvvisato del Marigold Hotel, fa della sceneggiatura di Ol Parker un’intuizione tutt’altro che scontata. Quando si è troppo vecchi per la società in cui si vive, immersi nella solitudine e di peso a parenti e figli, tanto vale partire e cercare un contesto diverso. E quale posto migliore se non l’India in cui la vecchiaia viene affrontata serenamente e gli anziani facchini tuttofare lavorano fianco a fianco con i giovani. Madden racconta la storia di una rinascita, dalla grigia esistenza in un continente vecchio che rifiuta gli anziani, ad una terra giovane, posto incantato in cui ognuno può trovare ciò che vuole, sia esso un lavoro, l’amore perduto, l’amore mai trovato o la voglia di tornare a vivere. Sfortunatamente però è proprio nel raffigurare quest’India moderna come un “paese delle meraviglie”, che il regista crolla sui soliti stereotipi: il punto di vista, anche laddove protagonisti sono i personaggi indiani, è sempre e solo quello degli occidentali che vivono da sahib, comprano le stoffe al mercato e girano per templi e sale da tè. Ancora peggiore è il tentativo di raccontare alcuni temi sociali come l’emarginazione delle caste inferiori, la modernizzazione disorganizzata, i matrimoni combinati.


Dopo che capolavori come The Millionaire - e in Marigold Hotel la presenza della star Dev Patel ce lo ricorda in ogni sequenza - hanno mostrato, senza rinunciare alla poesia e a trasmetterne la dolorosa bellezza, quale sia oggi il volto della vera India, qualsiasi altra raffigurazione appare scontata. Se il film corale è risultato essere, specie negli ultimi anni, prodotto di successo del cinema britannico, la regia frammentaria di Madden non riesce qui a valorizzare la presenza, nel cast, di attori grandiosi, le cui storie si intersecano in modo disordinato e a tratti sconnesso. Infine c’è la storia d’amore, tra Sonny e Sunaina (Tena Desae), un inserimento non indispensabile in una trama che poteva funzionare benissimo anche senza. Così lo spettatore, che per più di due ore è convinto di stare guardando una commedia divertente e intelligente sui sentimenti e sulla terza età, davanti ai titoli di coda viene abbandonato alla sensazione di avere assistito a poco altro che l’ennesimo film romantico.


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