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È stato il figlio

09/11/2012 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

È stato il figlio

Dopo anni passati a dissezionarne le vie malfamate attraverso l'occhio della macchina da presa, i quartieri peggiori e la più colorita popolazione, Daniele Cipr

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Dopo anni passati a dissezionarne le vie malfamate attraverso l'occhio della macchina da presa, i quartieri peggiori e la più colorita popolazione, Daniele Ciprì torna nella sua Palermo per raccontare il romanzo moderno, amaro, umoristico e crudele di una terra di gente sconfitta. E lo fa servendosi, prima di tutto, dell’eccezionale presenza scenica di Toni Servillo, reso quasi irriconoscibile, ancora una volta dopo Il Divo, da uno straordinario make up. Servillo è Nicola Ciraulo, al quale l'uccisione della figlia Serenella (Alessia Zammitti) in un agguato, offre la possibilità di cambiare vita, mediante il risarcimento offerto dallo Stato alle vittime della criminalità organizzata. Simbolo di questa nuova vita è la lussuosa Mercedes per cui la famiglia Ciraulo sceglie di spendere il proprio denaro, sottomettendo la sicurezza economica e i debiti alla necessità di mostrare al quartiere la presunta ascesa economica.


Daniele Ciprì, orfano del compagno di lavoro di sempre Maresco, parte dal libro di Roberto Alajmo per redigere, con Massimo Gaudioso, la sceneggiatura di questa versione moderna de I Malavoglia: la sfida di una famiglia di sommersi a un sicuro destino di povertà e ingiustizia. Come da migliore melodramma, la hybris non può che terminare con la punizione dell’intera famiglia, colpevole di aver creduto di poter modificare la propria condizione. È stato il figlio è un dramma ma è anche una pellicola che liquida senza troppe cerimonie il dolore e mostra Nicola Ciraulo, eroe grottesco di quest'epica degli ultimi, riversare sulla sacrilega Mercedes le speranze di un riscatto impossibile. Neanche in questa storia intensa Ciprì abbandona del tutto l’umorismo amaro e il gusto per l'orrido che sono la sua cifra dai tempi di Cinico Tv. Facendo tesoro di quelle indimenticabili clip, elogio della deformità, rimane al regista l’eccezionale capacità di rappresentare la bruttezza tracciando uno dei più riusciti affreschi del peggior quartiere di Palermo, lo Zen. Nel contrasto tra la povertà più degradante e il lusso ostentato, l’estetizzazione che Ciprì offre della volgarità mostra lo Zen come un campo di battaglia in cui le esistenze dei suoi abitanti assumono importanza solo perché il regista ne segue il corso. Nonostante l’ambientazione del film negli anni ’70 - agevolata dalla bella fotografia vintage, curata dallo stesso Ciprì - quella dei Ciraulo è solo una “storia come tante”, scritta oggi, ambientata in un recente passato e raccontata come una novella ottocentesca.


Non c’erano dubbi che al 69° Festival del Cinema di Venezia la pellicola di Ciprì, così amara e regionalistica, non avrebbe riscosso che qualche applauso e poche soddisfazioni ai premi collaterali. Il cast tuttavia, ne esce vincente. Servillo si conferma volto di cera del cinema italiano riuscendo a trasformarsi, fisicamente e attorialmente, da un film all’altro con un’abilità che lo rende assolutamente credibile nel ruolo dell’appartenente al basso ceto urbano come in quello dell’inquietante Andreotti. Giselda Volodi, già aristocratico volto siciliano per Roberto Faenza ne I Vicerè, offre un’ottima interpretazione comprimaria nei panni della dignitosa moglie Loredana, e lo stesso Fabrizio Falco - Premio Mastroianni a Venezia 69 come miglior attore emergente - sorprende nei panni del figlio Tancredi. Da ultimo, l'irrinunciabile Alfredo Castro, nel ruolo di Busu, l’aedo della storia, unica concessione favolistica a un film che non potrebbe essere più italiano: scritto, recitato e con una coloritura autoriale senza alcun dubbio letteraria.


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