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Accattone

10/31/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Accattone

Primo film di Pier Paolo Pasolini, Accattone resta – anche in confronto alle ultime pellicole – il più anticonformista tra i film del regista, poeta, scrittore

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Primo film di Pier Paolo Pasolini, Accattone resta – anche in confronto alle ultime pellicole – il più anticonformista tra i film del regista, poeta, scrittore friulano. Girato nel 1961, in un'Italia calata ormai a pieno titolo nel boom economico e in un mercato cinematografico inondato dal successo della commedia, Pasolini dirige un film pessimistico e privo di speranze sulla situazione del basso ceto. In un paese in ascesa, dietro coloro che rapidamente migliorano la propria condizione sociale, c'è un'intera fetta di popolazione povera, senza possibilità, destinata alla sconfitta.


Vittorio, detto Accattone (Franco Citti) è un fannullone di borgata che si fa mantenere da una prostituta, Maddalena (Silvana Corsini). Quando Maddalena finisce in carcere, Accattone, piuttosto che il lavoro, sceglie una vita di inedia e delinquenza, tra furti e malavita. Nemmeno l'amore di Stella (Franca Pasut), onesta e buona, riuscirà a redimerlo e un destino di solitudine ed emarginazione volgerà tragicamente.


Come per i film che verranno, Pasolini dedica una cura maniacale alla resa tecnica della sua opera che è, per connubio di forma e contenuto, la più densa di nozioni della sua cinematografia. Fotografia di Tonino Delli Colli, cammei di Sergio Citti e Elsa Morante, musiche di Bach, e lo sfondo della periferia romana, selvaggia, artificiale e squallida, amata/odiata da Pasolini in quanto perfetto scenario per ogni sua creazione. In Accattone l'itinerario pasoliniano spazia tra Casilina, Portuense, Acqua Santa, Testaccio, Pigneto, Centocelle, in un vero elogio della borgata romana. Mentre nei film che verranno il regista medierà la sua fede nella verosimiglianza scegliendo di affidarsi anche a professionisti, qui si affida soprattutto alle interpretazioni di attori presi dalla strada, credibili e selezionati mediante un'empatica fiducia nelle caratterstiche fisiche ed espressive dei prescelti. Per Accattone il protagonista scelto è Franco Citti - fratello del regista Sergio - il preferito di Pasolini, alla sua prima esperienza sullo schermo e da allora presente in altri sei dei suoi film.


Per il suo esordio registico Pasolini dirige una sorta di trasposizione su schermo del suo romanzo con più azione, Una vita violenta. Di base c'è una riflessione lucida e indagante sul bene e sul male – tema che piacerà molto al cinema internazionale dagli anni '70 – e sul margine di scelta tra essi lasciato al sottoproletariato. Il personaggio di Vittorio è al limite tra criminalità e misera inerzia, in ogni caso ciò che lo caratterizza è il distacco dalle vicende che lo circondano, l'emarginazione più totale non solo dai processi socio-politici del suo tempo ma anche dai meccanismi umani intono a lui. Accattone è ovviamente un film politico, ma soprattutto è una pellicola che riflette lo spirito antagonista del regista intellettuale. Con pochissima voglia di sorridere e di assecondare la direzione leggera del cinema italiano, il desiderio di polemica riempie ogni sequenza di questa pellicola. Non per nulla le prime proiezioni furono oggetto di alcune travagliatissime disavventure, come l'assalto neofascista alla prima al cinema Barberini nel 1961 o la censura e il ritiro da quasi tutte le sale italiane, sino alla citazione per danni da parte di Salvatore Pagliuca, deputato DC il cui nome Pasolini utilizza nel film. Occorreranno molti anni prima che il cinema, quello francese prima degli altri, comprenda questa pellicola e la inserisca a pieno titolo tra le più importanti opere del XX secolo.


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