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Skyfall

11/03/2012 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Skyfall

Un Bond invecchiato, solo, apatico contro uno scenario futurista e ultratecnologico che lo lascia sullo sfondo, fuori fuoco, lontano dal proprio campo visivo...

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Un Bond invecchiato, solo, apatico contro uno scenario futurista e ultratecnologico che lo lascia sullo sfondo, fuori fuoco, lontano dal proprio campo visivo. Sam Mendes, regista di pellicole forti e struggenti come American Life ed Era mio padre, dirige Skyfall, un action movie adrenalinico e ironico che, intarsiato di riferimenti ai grandi capitoli della saga, mischia il confine tra bene a male, rendendo tutti i personaggi, volenti o nolenti, sia vittime che carnefici.


Creduto morto, James Bond (Daniel Craig) si gode la vita in una località esotica. Quando un attacco cyber-terroristico mette a rischio la vita di M (Judi Dench), però, l’agente 007 decide di tornare a lavoro per difendere il suo capo. Superando i test psicofisici di valutazione, Bond si mette sulle tracce del perfido Silva (Javier Bardem) e porta la donna in un luogo sicuro, un posto che lui conosce meglio di chiunque altro.


L'ultimo Bond è costretto a vagare nell'ombra delle tenebre, nell’incertezza e nel dubbio che non ci sia più posto per lui nell’universo in cui soleva vivere. Straniero in terra straniera, l’agente 007 si ritrova catapultato in un mondo che non conosce e che, evoluto tecnologicamente, ha mandato al macero i rottami, facendo posto a nuove, potenziali leve. Lui, avvezzo all’alcool e al sesso selvaggio, è fuori forma, poco motivato, troppo poco coinvolto emotivamente. Solo l’idea di perdere M, l’ultima donna veramente importante della sua vita, lo convince a tornare indietro e a dimostrare che, spesso, “la vecchia maniera”, può ancora essere migliore della nuova. Facendo a meno della penna di Paul Haggis, Skyfall viene affidato alle mani di Neal Purvis, Robert Wade e John Logan (Hugo Cabret) che manovrano vorticosamente i fili della narrazione. Attraverso toni dolceamari, malinconici ma mai stucchevoli, le vicende del nuovo James Bond si legano a quelle del passato, ai suoi umori altalenanti, ai suoi istinti selvaggi e primordiali, razionalmente moderati. L’agente 007, vicino a Roger Moore e a Sean Connery, corre sui tetti, assalta i treni in corsa, duella a mani nude e sorride sornione alla vita. Abbandonando i sentimentalismi del giovane inesperto di Casino Royale, Bond muore, risorge e diventa – o torna ad essere? – più cinico che mai. Per sopravvivere nel mondo moderno, è indispensabile cambiare pelle, (re)indossare la corazza e non lasciarsi mai (più) coinvolgere nel dolore altrui. Purificato da un bagno ristoratore, battezzato con un simbolico liquido amniotico, perdonato dalla madre algida e austera che lo ha reso un uomo, Bond può finalmente crescere e liberarsi dei traumi infantili e dei fantasmi della mente che lo ossessionano da sempre. Fino a trovarsi faccia a faccia con la sua nemesi, con un’anima dannata sull’orlo della follia, insomma, con il fantasma di quello che lui stesso potrebbe diventare. Silva è un villain a tutto tondo, ossessionato dal passato, impaurito dal presente e terrorizzato da un futuro che non può prevedere. Uno scultoreo e solenne Craig che fronteggia uno stravagante Bardem, macchietta colorata e cotonata che indossa costantemente una maschera per coprire i segni dell’uomo che fu. Magistrale la fotografia dell’esperto Roger Deakins (Non è un paese per vecchi, Il Grinta), capace di unire i colori caldi dell’oriente a quelli cupi e tempestosi della gelida Scozia, senza ricorrere ad alcuna sfumatura, gradazione o mediazione. Mendes dirige una pellicola basata sulle antitesi, sulle contraddizioni, per descrivere la caduta verso gli inferi del protagonista e il conseguente ritorno alle origini. Una lotta contro il tempo, contro i propri simili, persino contro se stesso, per imparare dagli errori del passato ed affrontare un presente sempre più instabile e pericoloso.


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