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Tutto tutto niente niente

12/11/2012 11:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Tutto tutto niente niente

A un anno di distanza dal grande successo di Qualunquemente, torna alla carica Antonio Albanese, sempre diretto dal regista romano Giulio Manfredonia...

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A un anno di distanza dal grande successo di Qualunquemente, torna alla carica Antonio Albanese, sempre diretto dal regista romano Giulio Manfredonia. Se il precedente lavoro era interamente incentrato sul personaggio di Cetto Laqualunque, il comico lombardo questa volta prova a calare un bel tris d'assi: oltre all'ultra corrotto politico calabrese, Albanese torna a vestire i panni del lisergico Frengo, aggiungendo anche una nuova maschera, quella di Rodolfo Favaretto, veneto con folli ambizioni secessioniste.


Cetto, Frengo e Rodolfo sono stati tutti in qualche modo frustrati nelle loro ambizioni di concorrere alla carica di sindaco dei rispettivi paesi e sono finiti nelle grinfie della giustizia: Cetto per le sue collusioni mafiose, Frengo (candidato a sua insaputa dalla madre che lo vuole Beato in vita) per spaccio di stupefacenti, Rodolfo per aver gestito una vergognosa tratta di schiavi africani. Il losco sottosegretario (Fabrizio Bentivoglio), deus ex machina della politica romana, li toglie dalle patrie galere e li ricicla come deputati per evitare una crisi di governo. Ma la faccenda gli sfuggirà velocemente di mano.


La sceneggiatura scritta a quattro mani da Albanese e Piero Guerrera prova ad esaltare la verve comica e le capacità trasformistiche del mattatore, con un incedere vorticoso che mescola le vicende dei tre personaggi prima singolarmente e poi collettivamente, tenendo sempre molto alto il ritmo. Il valore di Albanese non lo si scopre certo adesso e i suoi personaggi funzionano: Cetto è un uomo squallido, ignorante, corrotto fino al midollo, maschilista e puttaniere; Rodolfo il suo alter-ego razzista e insignificante; Frengo (maschera che Albanese portò alla ribalta quasi vent'anni or sono a Mai Dire Gol, forgiando un mistico tifoso del Foggia di Zeman) è un'entità astratta consumata dalle droghe che porta scompiglio ovunque lo si porti. La comicità di Albanese, eversiva e surreale, come già dimostrato in Qualunquemente, in forma filmica tende un po' a smarrirsi, perdendo in incisività: sarà perchè ormai i personaggi sono ben conosciuti dal pubblico, sarà per colpa del fosco periodo che attraversa l'Italia, ma la soglia di tolleranza dello spettatore allo sfascio politico sembra essersi notevolmente abbassata e molte delle malefatte di Cetto e Rolfo perdono parecchia della loro carica comica. Le scene esilaranti non mancano - su tutte quelle di Frengo in Vaticano e di Cetto dalla psicologa - e particolarmente divertente è la caratterizzazione degli ambienti della politica capitolina, interamente ricreati all'interno degli enormi palazzi dell'EUR, tra deputati e assessori vestiti alla foggia di antichi romani e intenti alle attività più svariate, dal ping pong al golf, come moderni impiegati di Fantozzi. Ottimo anche il cast di contorno guidato dall'ottimo Bentivoglio. Rimane però forte la sensazione che Albanese, al di là del successo di pubblico, non abbia ancora trovato la formula per rendere appieno giustizia delle sue maschere all'interno di un lungometraggio senza provocare allo spettatore qualche sbadiglio di troppo.


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