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Il figlio dell'altra

02/25/2013 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Il figlio dell'altra

Quando Joseph (Jules Sitruk) viene chiamato a svolgere il servizio di leva non immagina la sorpresa che lo attende: a causa delle visite mediche necessarie ad a

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Quando Joseph (Jules Sitruk) viene chiamato a svolgere il servizio di leva non immagina la sorpresa che lo attende: a causa delle visite mediche necessarie ad accedere al servizio militare israeliano, il ragazzo scopre di non essere il figlio biologico di coloro che crede essere i suoi genitori. Alla ricerca della sua vera identità, Joseph sarà costretto a ripercorrere la Storia, a quel 1991 che ha cambiato il volto di una parte del mondo a causa della guerra. Il ragazzo scopre così che sua madre Orith (Emmanuelle Devos) e un'altra donna furono vittime, a loro insaputa, di uno scambio d'infanti all'ospedale di Haifa, evacuato per motivi di sicurezza. L'incontro tra Joseph e Yacine (Mehdi Dehbi), i due ragazzi scambiati, sarà l'occasione per conoscere meglio l'altro e se stessi, sullo sfondo di una terra ancora brutalmente divisa.


Il figlio dell'altra possiede molteplici sfaccettature: non si limita a parlare di un solo argomento, ma tenta di spaziare all'interno dell'ampio spettro dell'emotività umana, soffermandosi sui punti cardine che cooperano alla stratificazione di un carattere. La pellicola sembra partire da una realtà basilare della convivenza sociale: quali che siano le dinamiche all'interno delle mura domestiche, la famiglia è comunque quel microcosmo entro il quale un carattere nasce e si forma. Questo è il vero dramma che colpisce il protagonista Joseph: abituato a pensare a se stesso come risultato di una certa educazione e di un determinato ambiente familiare, il ragazzo si trova improvvisamente costretto a rivedere la propria individualità, domandandosi se la propria identità non sia basata in realtà su un terreno fangoso di errori e menzogne. Il suo smarrimento emerge con più forza quando poi incontra Yacine, cresciuto dall'altra parte del muro, in Cisgiordania. I due ragazzi, a seguito delle famiglie di appartenenza, hanno dovuto crescere con distinzioni sociali e religiose, costretti a vedersela con le aspre reazioni del mondo circostante. Incontrarsi, l'uno di fronte all'altro, l'uno come corpo estraneo dell’altro, provoca nei due il desiderio di riparare ad una spaccatura interna e profonda che rispecchia con forza quella della terra in cui vivono.


Con un tocco delicato e un pizzico di femminismo - il sottofinale della pellicola lascia intravedere che nella donna risieda la possibilità di un futuro prospero nella storia dell'uomo - Lorraine Lévy dirige un film che ai problemi e alle mistificazioni sostituisce la speranza. Per quanto diversi tra loro (Yacine rappresenta la parte matura, laddove Joseph è stato spinto a rimanere un bambino dall'atteggiamento iperprotettivo della famiglia), i due protagonisti della vicenda, rispecchiandosi negli occhi di due madri che amano entrambi, rappresentano quella nuova generazione che, storicamente, ha la responsabilità di interpretare un cambiamento nell'andamento della storia. Per fare tutto questo la regista, tuttavia, rinuncia, nascondendosi dietro l'umiltà di una quotidianità scossa dalla scoperta dell'errore ospedaliero. Ne risulta un film dal forte riscontro politico che però appassiona per il suo lato più umano e commovente.


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