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Iron Man 3

05/08/2013 10:00

Erika Pomella

Recensione Film, iron man, avengers, marvel,

Iron Man 3

Un eroe, quando lo è veramente, non nasce mai come tale: è un essere umano che, per doti personali e per il disegno misterioso della vita, è costretto a reinven

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Un eroe, quando lo è veramente, non nasce mai come tale: è un essere umano che, per doti personali e per il disegno misterioso della vita, è costretto a reinventarsi, a costruirsi addosso un’identità complementare rivista e corretta. Tony Stark, da miliardario playboy, per colpa (o forse per merito) della sua noncuranza per il mondo che lo circonda, è costretto a costruirsi un’armatura che ne divora l’umanità e che lo trasforma in Iron Man. Ecco allora che, sostituito al timone Jon Favreau da Shane Black, Iron Man 3 approda sul grande schermo con una moltitudine di aspettative e il grandissimo trampolino di lancio di The Avengers di Joss Whedon.


New York è salva, e i Vendicatori si sono ritirati nelle loro vite; tuttavia, mentre le macerie della Stark Tower campeggiano lungo lo skyline della Big Apple, a Malibù Tony Stark (Robert Downey Jr.) deve affrontare le conseguenze post-traumatiche dell’invasione aliena. Un’invasione che ha svelato all’uomo la propria mortalità; ecco perché ora, a distanza di mesi, Tony vive recluso nella sua villa, costruendo armature tecnologicamente avanzate, utili a superare i sempre più numerosi attacchi di panico. La reclusione si interrompe quando l’amico di sempre, Happy (Jon Favreau), diventa vittima inconsapevole degli attacchi del Mandarino (Ben Kingsley), un terrorista che usa le invenzioni di Aldrich Killian (Guy Pearce) e della scienziata Maya (Rebecca Hall): uomini che si auto-rigenerano e che appaiono indistruttibili. Quando anche l’amata Pepper (Gwineth Paltrow) entra nel mirino dei criminali, Tony non può far altro che vestire di nuovo i panni di Iron Man e dimenticare New York.


La più frequente accusa mossa al primo capitolo del franchise diretto da Favreau è quella di essere profondamente filo-americano, con una filosofia - quella del «vince chi ha l’arma più potente» - che sembra una strizzata d’occhio alla lobby delle armi. Se si accetta questa chiave di lettura, allora non è scorretto dire che Iron Man 3 aggiusta il tiro, e porta sotto la lente l’immagine di una società impaurita da criminali virtuali e virus interni al sistema. Non preoccupatevi: Iron Man 3 non vuol istruire nessuno, ma, al contrario, si accontenta di divertire il proprio pubblico con uno spettacolo tridimensionale fatto di azioni al cardiopalma, effettivi visivi entusiasmanti e un protagonista più giggione che mai. Shane Black, che aveva già lavorato con Downey Jr. in Kiss Kiss Bang Bang, regala a Tony Stark un ulteriore livello di profondità psicologica che lo lega molto più alla dimensione umana rispetto a quella supereroistica. La macchina da presa insiste sulla fisicità di un uomo che ha visto il baratro – rappresentato dal portale di The Avengers, pellicola fortemente chiamata in causa – e ha riscoperto la propria fragile umanità, per troppo tempo nascosta dietro l’armatura. E l’eroismo di questo protagonista arrogante e seducente al tempo stesso sta proprio nella consapevolezza della propria vulnerabilità. Colui che sceglie, volontariamente, di combattere nonostante la minaccia di morte a pendere come una spada di Damocle è un uomo che riscrive i filamenti del proprio DNA, piegandoli alla grandezza di uno spirito che non si limita a qualche superpotere, piuttosto mira al centro nevralgico dell’essere umano: il cuore.


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