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Sugar Man

19/06/2013 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Sugar Man

Quando ancora il mondo credeva che le canzoni fossero in grado di compiere rivoluzioni, Sixto Rodriguez ribaltava il Sudafrica con la sua musica spregiudicata e

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Quando ancora il mondo credeva che le canzoni fossero in grado di compiere rivoluzioni, Sixto Rodriguez ribaltava il Sudafrica con la sua musica spregiudicata e provocatoria, in cui ognuno poteva ascoltare un pezzo della propria storia. Il "cantautore vagabondo di Detroit" raccontato dal regista svedese Malik Bendjelloul in un bio-pic che parla dell’uomo e del musicista, di una carriera fatta di salite e discese, di una presunta morte che ne ha alimentato per anni il mistero e la fama, fino a farne un'icona.


Narra la leggenda che due produttori della Sussex scoprirono Sixto Rodriguez in un locale malfamato del porto di Detroit, mentre suonava Sugar Man accompagnando la voce solo con una chitarra lievemente scordata, con il leggero movimento della testa, sempre coperta da un grosso cappello floscio, e con il battere di un piede sul pavimento di legno. Quel brano, nel 1970, apriva Cold Fact, l’album d'esordio, passato come una meteora nell’indifferenza totale del pubblico americano, insieme al successivo, Coming from Reality. Ma mentre Sixto componeva e si manteneva negli Stati Uniti del sogno facendo il muratore, la sua musica espatriava nel mondo, raggiungendo altri continenti ed altre città, fino a fare del cantautore un mito, a sua insaputa.


Con un’opera che è soprattutto un omaggio alla musica e al potere di liberazione che ha sulla gente, Bendjelloul racconta uno dei protagonisti della stagione più florida del rock d’autore, Sixto Díaz Rodríguez, attraverso le sconfitte, le delusioni, una vita d’artista negata (anni e anni di diritti d’autore inghiottiti dalle major discografiche che lo credevano morto) ma anche di uomo semplice dedito al lavoro duro. L’indifferenza del paese natio, le più fantasiose ipotesi su una presunta morte prematura e infine, quasi per caso, l’ascesa alle stelle. Merito della musica, una silenziosa migrazione e un’esplosione di pubblico, prima in Africa, poi in Australia e di nuovo nel Sudafrica di Mandela, dove i suoi album divengono colonna sonora delle lotte contro l'apartheid. Un successo di cui il “Bob Dylan del sud del mondo” è ignaro fino almeno alla metà degli anni ’90, quando sua figlia scopre sul web la fama sconfinata del padre musicista.


Premio Oscar 2013 al Migliore Documentario, Sugar Man non abbandona neanche per un istante, nella sua scrittura come nella messa in scena pulita e scolastica, quasi leggermente didattica, il tono di mistero che avvolge la figura di Rodriguez. Nato dall’iniziativa di due fan del cantautore, il documentario di Bendjelloul narra una vicenda umana affascinante al punto da catturare non solo gli appassionati del rock vintage e della musica di Sixto, ma anche gli amanti delle storie surreali e straordinarie. Il regista svedese costruisce un documentario di impianto classico, che alterna ai brani di Rodriguez e ai rarissimi clip dei suoi live, testimonianze sentimentali e appassionate, voci fuoricampo e interviste raccolte nel Michigan o a Città del Capo. Racconta aneddoti leggendari (come quello che vede la musica di Sixto Rodriguez arrivare nel Sudafrica della segregazione attraverso un’unica copia di Cold Fact, posseduta da una ragazza fidanzata con un americano) e alimenta - adagiandovisi sopra, come si fa con i racconti mitologici dei grandi eroi - l’agiografia intorno ad un musicista tanto eccezionale quanto poco noto. Fino a giungere alla timida intervista rilasciata dallo stesso Rodriguez, che cela una vita di umiltà e riservatezza, e che stride non solo con le leggende del rock a cui il cantautore è accostato (Bob Dylan, Elvis, i Rolling Stones) ma anche con le immagini imperfette, ma colme di pathos, del colossale live di Cape Town ’98. Da qui infatti - tappa cardine dal tour in Sudafrica (da cui viene tratto anche il documentario della SABC Dead Men Don't Tour: Rodríguez in South Africa 1998) - la storia del cantautore vagabondo di Detroit termina, e inizia il mito.


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