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Holy Motors

07/09/2013 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Holy Motors

Una giornata tipo di Oscar (Denis Lavant), il cui lavoro consiste nel cambiare continuamente identità passando da una vita all’altra – uomo d’affari, mendicante

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Una giornata tipo di Oscar (Denis Lavant), il cui lavoro consiste nel cambiare continuamente identità passando da una vita all’altra – uomo d’affari, mendicante, performer, killer, mostro e padre di famiglia - accompagnato ad ogni appuntamento da una limousine bianca, guidata lungo le strade di Parigi da Céline (Edith Scob), sua assistente e confidente.


Qualche anno fa, ad un giornalista audace che gli chiedeva “E adesso che genere di film le piacerebbe fare?”, Leos Carax aveva dato una semplice risposta: “Tutti”. Il regista francese pare aver realizzato quella che sin da allora appariva come una dichiarazione programmatica: un film impossibile da classificare in una sola categoria. Qualcuno ha già provato a codificarlo come “fantascienza identitaria”, collocandolo sulla scia di quelle pellicole che interpretano e mettono in discussione l’unicità dell’esistenza umana e la sua linearità cronologica (per citare alcuni esempi – più commerciali - degli ultimi anni: Il curioso caso di Benjiamin Button di Fincher o Mr. Nobody di Van Dormael). Ma la realtà è che Holy Motors è soprattutto l’opera ultima di un regista innamorato delle possibilità del cinema, dei suoi diversi stili e della libertà creativa che la settima arte concede solo ai suoi più brillanti autori.


Il viaggio di ventiquattro ore di Oscar sulla sua limousine bianca, adattata a camerino, attraverso le strade di una Parigi asettica, sembra un racconto di meta-cinema con protagonista un attore in crisi, diviso fra i tanti appuntamenti che la sua segretaria/autista gli presenta quotidianamente. Nell'itinerario compiuto dal protagonista fra i diversi studios che lo impegnano durante la giornata – e che ripartiscono la pellicola in episodi – Carax costruisce una serie di set cinematografici che omaggiano tutti i generi del cinema: dal noir all’horror, dal fantasy al musical, con citazioni che spaziano da Kubrick a Bertolucci e accarezzano soprattutto la familiare tradizione francese di Cocteau e René Clair. Pur apparendo evidente sin dal principio come Holy Motors sia un metaforico racconto attoriale, non è chiaro in che posizione si trovino – in questa complessa costruzione a specchio - le videocamere, la troupe, la finzione e lo stesso regista, che appare nel prologo del film, nell'atto di risvegliarsi da un sogno. Dirigendo un film dalla tecnica invisibile, Leos Carax costruisce in realtà un’opera di eccezionale straniamento - dello spettatore così come del suo attore pigmalione, Denis Lavant - in cui le parti che tradizionalmente costituiscono lo spettacolo, il pubblico e gli interpreti, faticano a trovare collocazione definitiva.


L’opera di Carax vuole essere una celebrazione del cinema - dalla sua apertura, una serie di cronofotografie vintage di atleti, sino al culmine nella terza sequenza, quella del performer, interamente girata in motion capture – ma finisce tuttavia per minarne le basi costitutive, caratterizzandosi come un complicato intreccio di intenzioni. Sulla scena l’Oscar di Lavant si trucca e si veste di un’identità sempre diversa, confessando i propri dubbi alla fedele Cèline, in un flusso di riflessioni e di immagini vorticoso e di non sempre semplice fruizione, difficile sia nella ricezione visiva sia nel messaggio finale: una meditazione sul ruolo dell’attore nel cinema contemporaneo, un più esteso discorso esistenziale che intreccia recitazione e vita, una celebrazione dell’onirismo su pellicola o solo una lunga indistinta marcia trionfale? Di certo c’è il ritorno, dopo qualche risultato deludente, di Carax alla creazione di un’opera di rara bellezza e invenzione, autocitazionista delle proprie migliori pellicole passate come Rosso Sangue, Les amants du Pont-Neuf o Tokyo (cui l’intero episodio del personaggio di Monsieur Merde è dedicato). Non solo la regia, ma le stesse scelte cinematografiche di Carax sono da lodare in toto: dall'eccezionale interpretazione dell’istrionico Denis Lavant ad alcune inquadrature di immaginifica meraviglia (esaltate dalla fotografia digitale di Caroline Charpentier), Holy Motors è una perfetta sincronia di tecnica ed estetica che, prima ancora che ad una significazione netta, punta ad inseguire, come da citazione del protagonista Oscar, “the beauty of act”.


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