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Poor Folk

08/11/2013 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Poor Folk

A-Hong (Wang Shin-hong) e sua sorella Ting Ting (Zhao Yu-ting) attraversano clandestinamente la frontiera della Birmania per raggiungere Dagudi, decentrata loca

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A-Hong (Wang Shin-hong) e sua sorella Ting Ting (Zhao Yu-ting) attraversano clandestinamente la frontiera della Birmania per raggiungere Dagudi, decentrata località a nord della Thailandia. Quando la ragazza viene rapita dai trafficanti di donne e costretta a prostituirsi, A-Hong si trasferisce a Bangkok dove si inserisce in un giro di droga e criminalità, al fine di guadagnare i soldi necessari a riscattarla.


Nel 1846 Fëdor Dostoevskij terminava di scrivere, dopo appena nove mesi, Povera gente, romanzo epistolare che racconta storie di servitori e umili di ogni sorta, nell’impero degli zar. A quell’opera, per cui lo scrittore fu acclamato come “il nuovo Gogol”, la pellicola del giovane regista birmano Midi Z – classe 1982, un lungometraggio già prodotto (Return to Burma, 2011) e un altro in cantiere destinato al Festival di Cannes – si ispira e da essa trae una certa dignitosa atmosfera tragicomica.


Diviso - similmente ad un romanzo - in quattro capitoli cui sono assegnati singoli titoli indipendenti, Poor Folk è in primo luogo un ritratto autentico di poveri destini, quelli dei profughi birmani in fuga verso la Thailandia, paese di contrasti tra pericolose megalopoli e dimenticati villaggi. Con il ritmo di un gangster movie e un'autoriale ponderatezza orientale, Midi Z dipinge un affresco umano affascinante, tanto più coinvolgente laddove prende come protagonisti giovani interpreti di grande veridicità e immediatezza, con cui lo spettatore è subito portato ad entrare in empatia, anche laddove la loro storia diventa criminale. Il percorso di A-Hong si incrocia a quello della malavita di Bankok ma il protagonista non è che il piccolo eroe nero di un romanzo criminale molto più esteso, di cui il regista abbozza solo un piccolo ritratto. Le grandi migrazioni – ingenti sia per numero di persone che si spostano sia per importanza del fenomeno sociale – che attraversano la Birmania, la Thailandia fino alla Cina sono raccontate da Midi Z con uno stile moderno che alterna ad una colonna sonora che passa dal rock elettronico alla ballad, riprese e movimenti di macchina lenti che seguono la meditazione dei protagonisti e ne raccontano il dramma in più sfumature. La tragedia della tratta delle donne (soprattutto di quelle giovanissime) reclutate per alimentare il turismo del sesso, il mercato della droga e dei suoi corrieri, la facilità con cui A-Hong può procurarsi un’esistenza malavitosa fatta di reati più o meno piccoli. La firma di Midi Z appare, già al secondo lungometraggio, netta e delineata: un cinema fatto di spunti realistici, di uno sguardo documentaristico che, con movimenti di macchina sporchi e istabili, tende a raccontare la verità dell’anima prima ancora dell’attualità. Il giovane regista birmano, cresciuto nei produttivi cantieri cinematografici di Taiwan, mostra di avere un’idea sicura di quello che il suo cinema vuole raccontare e di possedere la competenza - e i mezzi, occorre dirlo - per costruire un genere nuovo, fatto di action, ritmo ma anche di una scrittura chiara e originale.


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