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La moglie del poliziotto

11/26/2013 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

La moglie del poliziotto

Uwe (David Zimmerschied), giovane poliziotto, è sposato con Christine (Alexandra Finder), con la quale ha una figlia, la piccola Clara...

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Uwe (David Zimmerschied), giovane poliziotto, è sposato con Christine (Alexandra Finder), con la quale ha una figlia, la piccola Clara. Il loro matrimonio apparentemente felice viene presto guastato dalle frustrazioni di Uwe che lo portano a sviluppare una gelosia morbosa e una relazione malata con la moglie, al punto da sottoporla a violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo. Preoccupata soprattutto per il benessere della bambina, Christine dovrà pensare a come sopravvivere alle vessazioni del marito e salvare la figlia dalla violenza.


Il cinema che racconta la brutalità sotterranea e quotidiana della società parla, da qualche anno, tedesco. Del racconto implacabilmente crudo di come la violenza si sviluppi da focolai insospettabili e in essi si alimenti fino ad esplodere, Michael Haneke è l’autore caposcuola e Philip Gröning il suo più promettente discepolo. Con i suoi 59 capitoli, suddivisi lungo 175 minuti di durata, La moglie del poliziotto costringe lo spettatore in una morsa di coinvolgimento insostenibile per l’intensità del racconto, condotto in maniera estremamente realistica e diretta. L’aguzzino di questo romanzo familiare è Uwe, un uomo che - su definizione di Hannah Arendt – potrebbe essere descritto secondo i canoni della “banalità del male”: quotidianamente perbene, inconsapevole, forse malato, autore incosciente di un crimine contro natura, in quanto compiuto contro la donna che dovrebbe amare, e che lo ama profondamente, e soprattutto contro la propria bambina, spettatrice e inevitabilmente protagonista delle violenze domestiche.


Esistono nella storia del cinema pellicole che non possono essere definite negative poiché conducono coraggiosamente a riflettere su temi complicati e che tuttavia si trovano nella scomoda posizione di deviare il cinema dal suo principale scopo: prima ancora dell’impegno e dell’attenzione sociale, l’intrattenimento. Fra i molti pregi riconoscibili all'opera di Gröning, di certo quest’ultimo non compare. Per tutte le tre ore di pellicola, lo spettatore è scaraventato sotto i pugni e gli schiaffi di Uwe, davanti alle sue grida, fra le lacrime di Christine e in mezzo al dolore di Clara, sperando per tutto il tempo che l’agonia finisca non solo per i protagonisti ma anche per chi assiste allo spettacolo. E talmente realistica e quasi documentaristica è la messa in scena del film, sviluppato in 59 fragments potenzialmente auto conclusi - ognuno dei quali introdotto e chiuso da un titolo bianco su sfondo nero - che si ha l’impressione di osservare non una fiction ma un saggio scientifico di psichiatria che analizza la devianza sentimentale verso la violenza. Il finale aperto inoltre fa pensare ad un’inquietante presupposto per la continuazione della vicenda oltre la durata del film, come se lo strazio della giovane protagonista non dovesse avere fine. Silenzi, movimenti lenti e sospesi, insieme ad una fotografia cupa e sporca, generano un’atmosfera dell’orrore priva però di quell’irrealtà cinematografica che concede di solito al pubblico protezione. Nella sua tragedia contemporanea Philip Gröning si assicura di sottrarre lo spettatore del beneficio di un coro che spieghi, interpreti e stacchi la tensione: al contrario, il regista desidera coinvolgimento e angoscia, fino a generare un disagio diffuso che implora pietà e una fine. Pur apprezzando le nobili finalità che hanno condotto il film in Italia – con scelte di distribuzione ad hoc - ad essere incluso nella programmazione di eventi nazionali in occasione del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, La moglie del poliziotto è un vero e proprio esperimento di privazione delle barriere spettatoriali che generalmente l’arte cinematografica implica. Un’opera crudele al limite del sadico, che richiede stomaci forti e una predisposizione alla sofferenza.


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