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Come il vento

29/11/2013 12:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Come il vento

La vita di Armida Miserere (Valeria Golino), una delle prime donne direttrici di carcere in Italia; l’ostacolata carriera, la personalità ombrosa, la storia di

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La vita di Armida Miserere (Valeria Golino), una delle prime donne direttrici di carcere in Italia; l’ostacolata carriera, la personalità ombrosa, la storia di un grande amore - quella con l’educatore Umberto Mormile (Filippo Timi) - fino alla morte, suicida nel 2003. Un bio-pic che racconta una delle figure più discusse della storia italiana degli ultimi anni.


Un destino tragico nel nome: se il personaggio inventato da Tasso, per quanto protagonista di una delle più infelici storie d’amore della letteratura, trova infine, dopo molti dolori, un quieto vivere, nella vita di Armida Miserere di tranquillo vi fu ben poco. Un’esistenza dentro le prigioni, direttrice presso il carcere di massima sicurezza di Opera, poi a Pianosa, Torino, Milano e ancora all’Ucciardone di Palermo dove la sua severità le assicurò lo sgradevole appellativo di “fimmina bestia”. Una donna con la sensibilità di una belva feroce. Il film di Marco Simon Puccioni – regista già nominato al David di Donatello nel 2002 per la sua opera prima, Quello che Cerchi – si impone di superare la nomea di “colonnello” di cui Armida soffrì per l’intera vita e di raccontarne il lato più tenero, quello di ragazza innamorata, la cui passione per la vita si spense insieme al compagno Umberto Mormile, ucciso nel ’90 in un agguato di camorra. Dopo avere infatti cercato per più di un decennio i responsabili dell’omicidio fra le mura del penitenziario, Armida Miserere il 18 aprile 2003 si tolse la vita, a 37 anni, poco prima della sentenza che avrebbe condannato gli assassini di Mormile.


La volontà di Puccioni appare delineata sin dalle prime inquadrature, simboliche e costruite ad hoc per trasmettere un messaggio: raccontare e, perché no, riabilitare la figura della Miserere attraverso un dramma al femminile che si tinge di rosa fino a somigliare ad un’agiografia romantica. Il regista sceglie un’intensa protagonista, Valeria Golino, capace di rendere giustizia e volto umano ad una donna d’acciaio. Al suo fianco, un ritratto meno fortunato tocca a Filippo Timi, eroe appena sbozzato di un melodramma che esiste più nelle idee del regista che nella realtà dei fatti. Per quanto la vicenda di Armida Miserere coincida con uno dei più inquietanti momenti della storia italiana - gli anni della trattativa Stato-mafia - e si identifichi per la forza straordinaria che guidò l’intera vita della sua protagonista, Puccioni avvolge il racconto di un melò deprimente che priva i personaggi e la trama stessa di qualsiasi vivacità. Per quanto infelice, l’esistenza della Miserere è stata un caso di straordinarietà al femminile, la personalità un’affascinante fusione di caratteristiche maschili e femminili e lo scenario un campo di battaglia di rara crudeltà. Nonostante gli elementi per una nobile tragedia esistessero tutti, Puccioni è in grado di risolvere ognuno di questi spunti con stilizzazioni e semplificazioni. Il lavoro della Miserere è narrato senza tenere conto delle ombre della professione, le stesse che invece ebbero un peso rilevante sulla vita della donna, ed è riassunto in una serie di banalità che vanno dal contrasto fra l’avvenenza femminile in abiti maschili al ritratto delle carceri sino alla rappresentazione della mafia. Per essere un film che parla inevitabilmente di criminalità organizzata, il regista affronta il tema alla stregua di uno sfondo romantico, dimenticando il realismo e persino il pizzico di senso di responsabilità che sempre questo tema, anche quando sfiorato, merita. I dialoghi sono solo la più evidente falla di una sceneggiatura rigida che costituisce un’armatura pesante per un cast di validi attori: oltre ai due protagonisti, anche comprimari di livello come Francesco Scianna e Marcello Mazzarella risultano infine innaturali e impostati. Pur non conoscendo la reale vicenda della Miserere, è facile prevederne gli sviluppi in corso di svolgimento e il presagio di morte – fondamentale elemento di pathos per qualsiasi tragedia che si rispetti – è piuttosto un esito scontato, che fa apparire la protagonista come un’eroina lirica. Il vizio della riabilitazione ad ogni costo (fine a se stessa dal momento che il giudizio sulle altrui vite è un compito che non spetta a nessuno e senz’altro non al cinema) è un difetto comune al genere biografico che racconta personalità controverse. Come toccò nel 2010 al – forse troppo eroicizzato - Vallanzasca di Michele Placido, è il turno stavolta dell’Armida di Puccioni. Ma se altrove si trattava di un oscuro ritratto criminale, stupisce come tale pecca colpisca stavolta una pellicola che, nel racconto di una donna di giustizia, si rivela incapace di tratteggiarne tanto la femminilità quanto la vicenda storica.


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