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Je Fais le Mort

12/02/2013 11:00

Valentina Pettinato

Recensione Film,

Je Fais le Mort

Jean Renault (François Damiens) è un attore ormai alla deriva...

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Jean Renault (François Damiens) è un attore ormai alla deriva. La sua carriera sembra volgere al termine per via del suo carattere polemico, che lo porta a litigare con tutti i colleghi sul set e con i registi che provano a scritturarlo per una parte. Al povero Jean non resta che rivolgersi all'ufficio di collocamento, che purtroppo gli rimedia solo piccoli lavori pubblicitari, anche piuttosto imbarazzanti, come prestare la propria immagine per spot di lassativi o la propria voce per audioguide. Con un divorzio da gestire e senza un quattrino, il disperato Renault si vede costretto ad accettare qualsiasi ruolo gli permetta di sbarcare il lunario. E quando gli propongono di interpretare la vittima nelle ricostruzioni giudiziarie dei delitti non può far altro che acconsentire.


Un mix di generi diversi, dalla commedia e l'intrigo poliziesco e un citazionismo intelligente di film di genere, Je fais le mort si inserisce in quel filone di pellicole dalle location provinciali in luoghi poco confortevoli per il protagonista, che di fatto dovrà tentare di ambientarsi. Il nuovo lavoro che il protagonista accetta prevede il suo trasferimento in un alberghetto a conduzione familiare, della località alpina di Megève: è qui che ha avuto luogo un triplice omicidio sul quale le autorità cercano di far luce, e per il quale si necessita della sua "performance attoriale". Ma un bravo attore è colui che riesce di volta in volta a vestire perfettamente i panni del personaggio affidatogli e Jean Renault, con al suo attivo vari ruoli in serie poliziesche, è molto più di un bravo attore: è ormai un abile detective, conoscitore di tutte le regole alla base di un'inchiesta. Le continue intromissioni all'interno delle indagini, che innervosiscono la giovane giudice (Géraldine Nakache) incaricata del caso, si rivelano poi essenziali per dipanare una annodatissima matassa, che coinvolge tanti ambigui personaggi della comunità locale.


Il regista Jean-Paul Salomé (noto per la regia di Arsenio Lupin e Belfagor - Il fantasma del Louvre) racconta in una serie di interviste che l'idea del film era quella di descrivere in maniera leggera i drammi del mondo degli attori, spesso costretti per motivi economici a cimentarsi in ruoli degradanti e poco artistici. Dopo aver letto un articolo sulla storia di un attore costretto per bisogno a recitare la parte di un morto in inchieste giudiziarie capisce che quello è il segnale definitivo. Nasce così l'idea del film, un giallo grottesco e divertente, che ruota attorno ai due protagonisti. Il film è ben confezionato: il mix di generi è amalgamato perfettamente, con la componente poliziesca che mantiene integri tutti gli elementi (indizi, tensione, luoghi inquietanti e isolati), seppur stemperata dal farsesco e da rimandi metatestuali a film come Basic Instinct, Batman, Robocop. Meno brillante la storia d'amore, ma sarebbe comunque risultata poco interessante rispetto alle altre componenti drammaturgiche del film. Impossibile non amare i siparietti del protagonista, che cerca di mantenere la sua professionalità di attore in performance bizzarre che in realtà non interessano a nessuno. Damiens è meraviglioso: non ha certo le physique du rôle di un detective, tantomeno quello di un attore tenebroso. Ecco perché non si può non stare dalla sua parte, anche quando è invadente, anche quando è spocchioso e presuntuoso, i suoi tentativi di mantenere un livello di serietà e professionalità in una realtà sotto-dimensionata fanno davvero sorridere. Certo nella storia l'intrigo non è un grande rompicapo: appare evidente che scovare il colpevole, per chi ha dimestichezza con il genere poliziesco, è un gioco da ragazzi. Ma non è questo l'importante. Ciò che rende il film interessante sono le dinamiche di genere, messe a servizio di un'idea: quella di raccontare che accanto alle luci ci sono parecchie zone oscure nel mondo dello spettacolo. Ombre come possibili assassini, si imbattono tetre sulla vita degli attori, spesso costretti a recitare oltre le loro possibilità: una recita nella recita, di ruoli già inventati ma che a loro volta devono inventarsi, perché non nelle loro corde. A volte la possibile vittima si salva, adattandosi a ciò che viene richiesto. Altre volte muore. Ma dalla morte di un attore può nascere altro. Magari più appassionante, magari più umano. Alcuni lo chiamano amore.


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