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Oldboy

12/11/2013 11:00

Davide Stanzione

Recensione Film,

Oldboy

Ci si può interrogare all’infinito sulla necessità del riadattamento di un film di per sé riuscitissimo e quasi epocale, sui pro e i contro del caso, su quanto

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Ci si può interrogare all’infinito sulla necessità del riadattamento di un film di per sé riuscitissimo e quasi epocale, sui pro e i contro del caso, su quanto lo spirito dell’originale sia stato mantenuto e in che misura sia stato – inevitabilmente, salvo rare eccezioni – tradito. Si tratta dell’approccio più facile, per certi versi anche di una chiave di lettura inevitabile, anche se spesso un po’ inerziale e facilona. Quando poi il film in questione è un’opera iconica come Oldboy di Park Chan-Wook, l’idea di un remake non può non apparire balzana e per i fan addirittura sacrilega, trattandosi del cult movie orientale per eccellenza degli anni 2000. Spike Lee però non ha esitato, neanche dinanzi al coro di voci discordi e allo scetticismo che è prevedibilmente montato intorno al progetto fin da subito. Il risultato finale è un film ambizioso come visione generale ma triturato nelle sue singole parti da una visione troppo spezzettata e frammentaria, più attaccata al singolo virtuosismo stilistico che alla resa complessiva di un’atmosfera di malsana paranoia e orrida tensione (ciò che faceva del film di Park un capolavoro senza se e senza ma).


Spike Lee torna alle radici del manga di Nobuaki Mineghishi e Garon Tsuchiya e la trama rimane praticamente la stessa: un uomo, in questo caso di nome Joe Doucett, viene improvvisamente rapito e rinchiuso in isolamento per vent’anni in una squallida camera d’albergo. Accusato di un uxoricidio che non ha commesso, quando riuscirà a tornare libero i suoi unici pensieri saranno il ritrovamento della figlia e la vendetta da consumare contro chi ha avuto l’efferatezza e la crudeltà di ridurlo in quello stato, costringendolo all’interno di un incubo infinito alle soglie della follia. La sceneggiatura di Mark Protosevich nella prima parte accentua non poco la dimensione della sevizia psicologica, contribuendo a creare le caratteristiche identitarie del personaggio attraverso una serie di trovate e soluzioni che non fanno altro che sottolineare l’abbruttimento fisico di Josh Brolin, alle prese con un coinvolgimento non da poco e con uno dei ruoli più impegnativi di tutta la sua carriera. Lo sguardo di Lee plana invece dall’alto, si defila e cerca un’autonomia stilistica rispetto all’originale, tentando di allontanare il rischio di un ricalcamento pedissequo rispetto al glorioso film che fu. La granulosità dell’immagine esaurisce ben presto il suo fascino per lasciare il posto a un’aria lugubre ma grossolana, in cui ogni esito è troppo calcato per risultare credibile e soddisfacente: esattamente come l’aumento della massa muscolare del già possente Brolin, la sensazione è quella di un film fastidiosamente in esubero, che tenta di giustificare le proprie scelte espressive legittimandole nell’alveo di un barocchismo che però non trova mai una coerenza e una compattezza, anche nell’eccesso.


Si rincorrono così gli escamotage di medio-bassa lega: i primi piani enfaticamente insistiti laddove sarebbe stato di gran lunga preferibile trovare ben altre scorciatoie, il quadro alla parete che sorride in modo inquietante, il senso di prigionia che viene amplificato solo da un’idea di messa in scena che ragiona per accumulo di steroidi, interrogandosi ben poco, a differenza dell’originale, sulla provenienza ancestrale di misteri insondabili come la punizione e la colpa, l’incesto e la vendetta, il delitto mancato e il castigo agognato, tutto materiale che Lee si limita a inscenare più che a sondare in profondità attraverso la costruzione di un immaginario (realmente) feroce. Una stilizzazione che a forza di smussare gli angoli, quasi in virtù di una malcelata riscrittura di genere del film capostipite, estingue in gran parte il potenziale noir e anarchico della vicenda, finendo col vivacchiare solo di rozze accensioni urlate in faccia allo spettatore e poco altro. Perfino l’aggiornamento storico appare superficiale e non all’interno di un discorso organico sulla contemporaneità: superato, naturalmente solo dal punto di vista cronologico, il trauma dell’11 settembre e arrivato col repertorio al secondo giuramento presidenziale di Barack Obama, questo nuovo Oldboy non aggiunge però nulla ai concetti e alle forze destabilizzanti, universali e atemporali affrontate dal film originale, mancando una contestualizzazione odierna che avrebbe potuto costituire un motivo di interesse non indifferente e rinchiudendosi in forme addirittura retrò, sintomatiche di certi meccanismi da dramma da camera piuttosto statici e convenzionali. A chiudere il cerchio un altro sguardo in camera, ma la forza di ciò che vi sta a monte stavolta è di gran lunga più esigua e usurata. E non bastano allora gli omaggi stilistici, che vogliono replicare senza rifare esplicitamente, quasi preoccupati di un’eccessiva aderenza al film di Park o di indulgere nella scopiazzata: un’ansia controproducente da cui non si salva neanche il celebre, efferato piano sequenza nel corridoio, rifatto da Lee sì con maestria ma anche con molta meno anima.


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