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12 anni schiavo

02/02/2014 11:00

Lorenzo Pedrazzi

Recensione Film,

12 anni schiavo

Gli ingranaggi dell’empatia si mettono in moto sin dal principio, sin dalla scelta del soggetto: quella di Solomon Northup è la vera storia di un uomo nato libe

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Gli ingranaggi dell’empatia si mettono in moto sin dal principio, sin dalla scelta del soggetto: quella di Solomon Northup è la vera storia di un uomo nato libero nello stato di New York, un tranquillo padre di famiglia che, sradicato dalla sfera degli affetti, viene rapito e poi venduto come schiavo negli stati del sud, dove affronta dodici anni di orrori e sofferenze. Non ci viene presentato direttamente come schiavo, bensì come un libero cittadino americano che subisce il passaggio traumatico – mostrato esplicitamente nei minuti iniziali del film – alla condizione di schiavitù, e deportato in Lousiana senza alcuna possibilità di riscatto. L’adattamento di 12 anni schiavo, insomma, permette a Steve McQueen di agevolare un immediato processo d’identificazione con la vittima, favorendo l’empatia: Solomon non è mai “l’altro da sé”, non è una figura estranea, ma incarna quello stesso ceto medio che andrà a vedere il film al cinema, e sarà percepito dalla maggior parte degli spettatori come molto più vicino alla propria esperienza quotidiana.


Lo sforzo richiesto al pubblico è quindi davvero minimo, anche perché il film adotta una vasta gamma di espedienti che si potrebbero definire pavloviani, smaccatamente finalizzati a suscitare determinate reazioni emotive. La stessa caratterizzazione dei personaggi è piuttosto elementare, nonché riconducibile a diversi stereotipi: lo schiavista sadico interpretato da Michael Fassbender, quello più benevolo con il volto di Benedict Cumberbatch, l’abolizionista canadese che ha le fattezze di Brad Pitt, il sorvegliante ottuso e crudele di Paul Dano… tutto appare sin troppo artificioso e privo di sfumature, oltre che meticolosamente costruito per ottenere un effetto di odio, disgusto o compassione, a seconda delle circostanze. La manipolazione dei sentimenti è palese anche nell’insistita messa in scena della violenza, estenuante e morbosa come il lungo piano sequenza che mostra una tremenda sessione di frustate, e in cui McQueen sembra gridare le sue pretese sui volti inorriditi (e colpevolizzati) del pubblico: ecco, è qui che dovete indignarvi, infuriarvi e magari versare qualche lacrima, già che ci siete. Ma non c’è alcuna finezza in questa esplorazione del senso del limite, non c’è traccia di quello shock percettivo che dovrebbe risvegliare le coscienze; c’è solo una spettacolarizzazione autocompiaciuta della tragedia, che asseconda le logiche narrative di una ricostruzione didascalica, visivamente accurata ma tendente alla semplificazione. Certo, McQueen conferma di possedere un solido talento registico per la costruzione delle inquadrature, eppure 12 anni schiavo ha l’apparenza di un lavoro di confezione, meno audace e personale rispetto alle sue opere precedenti.


Piuttosto convenzionale è anche il tema musicale di Hans Zimmer, ma le sue note malinconiche si rivelano molto efficaci per accompagnare lo sguardo dolente dell’ottimo Chiwetel Ejiofor, schiavo che nella sua eccezionalità – è uomo di cultura, sa leggere e suonare il violino – trova le risorse per la salvezza. Tutto questo avviene però in un finale troppo sbrigativo, chiudendo bruscamente un film che, per il resto, non ha remore a prendersi tutto il tempo necessario per raccontare la storia di Solomon, mentre indugia sui particolari minuziosi dello sfruttamento e della tortura: McQueen è interessato prevalentemente all’epopea dell’individuo attraverso il dolore, lo attraggono i segni incisi sulla carne dal martirio della sopraffazione, più che i dettagli dell’epilogo (storico ed emotivo) della vicenda umana. Lacrime e sangue scorrono in egual misura, ma è quest’ultimo a lasciare le tracce più durature.


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