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Mai così vicini

07/10/2014 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Mai così vicini

C’era una volta Rob Reiner, regista più che dignitoso, capace di confezionare quello che, ad oggi, è ancora un cult movie nel genere della commedia sentimentale

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C’era una volta Rob Reiner, regista più che dignitoso, capace di confezionare quello che, ad oggi, è ancora un cult movie nel genere della commedia sentimentale, Harry ti presento Sally, pellicola che ha cercato di spiegare l’impossibilità di un rapporto sinceramente affettuoso e d’amicizia tra un uomo e una donna. Un piccolo gioiello di un genere troppo spesso legato a cliché e stereotipi che rendono le pellicole spesso uguali a se stesse. Quello stesso regista sembra adesso essersi smarrito, e dopo film tutt’altro che riusciti, tenta di nuovo il colpo con Mai così vicini, storia d’amore anticonvenzionale tra due persone in là con gli anni, dalle personalità opposte ma forti, interpretate da Michael Douglas e Diane Keaton.


Oren (Michael Douglas) è un agente immobiliare cinico ed arrogante, che sembra aver fatto della sgradevolezza il suo obiettivo principale. Sempre con la battuta pronta e la cattiveria pronta a venir fuori sotto le sembianze di una verità scomoda, l’uomo è vedovo, con un’unica amica in grado di sopportare i suoi scatti d’ira e i suoi insulti velati da complimenti. Leah (Diane Keaton) è vedova anche lei, ma è una persona gentile che cerca di sopravvivere alle proprie insicurezze e che di certo non ha nessuna intenzione di sopportare Oren, suo vicino di casa. Queste prese di posizioni, tuttavia, sono destinate a cambiare quando il figlio di Oren affida a suo padre la tutela di Sarah (Sterling Jerins), una nipote che Oren non sapeva nemmeno di avere e con la quale non sa da dove cominciare. A questo punto l’uomo è costretto a chiedere l’aiuto della sua vicina di casa: la collaborazione, ben presto, finirà col diventare amicizia e poi, forse, qualcosa di più.


Molto, in Mai così vicini, sa di già visto. La totale mancanza di originalità dello sviluppo narrativo – che si prevede più o meno dopo pochi minuti di visione – ben si sposa con la regia anonima di Reiner, che sembra preoccuparsi solo di costruire inquadrature sufficienti per arrivare a creare un minutaggio che possa giustificare l’appellativo di lungometraggio. Non che Mai così vicini sia un film sgradevole: permette allo spettatore di evadere per circa due ore, liberandolo dal fardello della realtà e, anche, della fruizione spettatoriale. Il pubblico non deve preoccuparsi di recepire la pellicola, di capirla o di sentirla. Il bagaglio culturale comune legato a questo particolare genere cinematografico è così vasto che ad uno spettatore medio non servono strumenti ulteriori per decifrare un film che sparisce dalla mente e dal cuore molto presto. Inoltre, bisogna ammetterlo, la pellicola di Reiner sembra la brutta coppia di Tutto può succedere: oltretutto la Keaton – che era già la protagonista Erica in quel film – per il personaggio di Leah sembra divisa a metà tra quello di Erica e il genitore ossessivo di Perché te lo dice mamma. Intrappolata in ruoli simili tra loro, la Keaton, pur non perdendo nessuno dei tratti che la rendono tanto adorabile, finisce con lo stancare uno spettatore ormai avvezzo a tali prove istrioniche, e la scelta di gag tutt’altro che originali e tutt’altro che divertenti rendono la chimica tra i due protagonisti fittizia e, dunque, difficilmente condivisibile.


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