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Frankenstein Junior

10/03/2014 10:00

Martina Calcabrini

Recensione Film, Commedia, frankenstein,

Frankenstein Junior

È il 1974 quando il regista Mel Brooks (Per favore, non toccate le vecchiette e Mezzogiorno e mezzo di fuoco), dopo essersi fatto conoscere nel panorama interna

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È il 1974 quando il regista Mel Brooks (Per favore, non toccate le vecchiette e Mezzogiorno e mezzo di fuoco), dopo essersi fatto conoscere nel panorama internazionale come imprevedibile autore di farse, decide di cimentarsi in una grottesca e surreale rilettura cinematografica del gotico Frankenstein di Mary Shelley. Differentemente però da quanto aveva fatto in precedenza James Whale, Brooks sceglie di abbandonare qualsiasi intento letterario e autoriale per realizzare Frankenstein Junior, un’opera citazionistica, nostalgica e satiresca.


New York, anni ‘30. Il giovane professore Frederick Frankenstein (Gene Wilder) conduce un’esistenza tranquilla studiando il comportamento delle cellule umane e attendendo pazientemente che la sua capricciosa fidanzata si decida a sposarlo. Quando però il testamento di suo nonno - il leggendario barone Viktor von Frankenstein - lo designa unico erede dell'imponente castello di famiglia, l’uomo è costretto a recarsi personalmente in Transilvania. Accolto dal servitore Igor (Marty Feldman) e assistito dall’avvenente Inga (Teri Garr), Frederick smette di rinnegare le sue origini e, preso dalla frenesia di grandezza, utilizza gli organi di alcuni cadaveri per plasmare una creatura vivente che testimoni la possibilità di conferire vita a tessuti morti.


Il nipote borghese di Victor Frankenstein - noto al mondo per i suoi macabri esperimenti - arriva in una località impervia dove lo accoglie un castello stregato, abitato da servitù inquietante. Attraverso panoramiche circolari e carrellate indagatrici, Frederick si lascia sedurre dall’esoticità del posto e dall’enigmatica sete di onnipotenza che lo lega, inevitabilmente, ai suoi avi. Imbattutosi nel diario segreto del nonno, l’uomo decide di seguirne le orme: scava nei cimiteri per cercare un corpo adeguatamente sviluppato e conservato, ruba qualche cervello dal laboratorio di medicina legale e sperimenta le nefandezze della negromanzia per dimostrare a tutti il genio della sua famiglia. Riuscendo ad addomesticare la creatura abnorme, che egli stesso ha creato, Frankenstein allestisce uno spettacolino vizioso in cui scienza, intrattenimento e cabaret si fondono in pochi numeri circensi. Volendo stupire tanto quanto intrattenere, l’uomo trasforma la creatura in un pittoresco fenomeno da baraccone, in un freak di alto borgo, in uno zombie ballerino che ironizza sulla sua stessa - lugubre - condizione esistenziale. In un mondo troppo ottuso, bigotto e conformista per accettare il diverso, però, la creatura non riesce a trovare il proprio posto e si trasforma in un mostro violento e distruttivo che solo i piaceri del sesso riescono a tenere a bada. Alternando sarcasmo e dramma, ironia nera, divertissement e burlesque, gli sceneggiatori Brooks e Wilder creano un’opera nuova, intraprendente e coraggiosa, capace di sfidare i benpensanti e di portare alla luce i lati oscuri di una società perversa. Il regista confeziona ogni fotogramma come un pittoresco tableau vivant in cui sfondo e personaggi - l’uno lo specchio dell’altro - riescono a farsi il verso a vicenda, assecondati da musiche gotiche ed elegiache e supportati da luci contrastate e bianchi e neri definiti. Non ammettendo sfumature letterarie né retoriche, Frankenstein Junior si rivela esso stesso una creatura organica e vorace che cattura l’attenzione degli spettatori sin dai primi fotogrammi e la ingloba in una spirale centripeta di puro divertimento.


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