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Storie pazzesche

12/02/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Storie pazzesche

Il lato oscuro di Pedro Almodóvar, la sua passione per il grottesco, il surreale e la rappresentazione delle emozioni umane, emerge nella black comedy di Damián

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Il lato oscuro di Pedro Almodóvar, la sua passione per il grottesco, il surreale e la rappresentazione delle emozioni umane, emerge nella black comedy di Damián Szifrón da lui prodotta. Una pellicola tragicomica e irresistibile che rappresenta il volto nuovo del cinema argentino - uno dei più più versatili del momento, in grado di passare con naturalezza dal romance al drammatico - e che ha giustamente alle spalle una realtà produttiva come El Deseo. Un cast di stelle ispaniche provenienti dai più disparati mondi del cinema indie, della tv commerciale e del teatro per interpretare un panorama umano variopinto e spassoso. Un bellicoso ingegnere alle prese con una sosta vietata, una cameriera incontra l'aguzzino di suo padre, una sposa inferocita scopre il tradimento del marito il giorno delle nozze, un sorpasso di troppo diventa un'esplosione di violenza: sono solo alcune delle paradossali situazioni di Storie Pazzesche, la surrealtà della vita quotidiana raccontata attraverso un serratissimo racconto corale.


Il film che ha sorpreso e divertito il Festival di Cannes 2014 non farà sfigurare l'altisonante nome che ha alle spalle: Almodóvar come garanzia non tanto di qualità eccelsa (dal momento che le più recenti pellicole del cineasta spagnolo non sono ancora riuscite a equiparare i capolavori Tutto su mia madre e Parla con lei) quanto piuttosto di un cinema fatto di situazioni estreme e di un umorismo nerissimo. La comicità su cui Damián Szifrón – due film alle spalle, qui alle prese con la sua prima grande occasione internazionale – fa affidamento è imprevedibile e sfrontata. Le storie narrate non si limitano a valicare buon gusto e politically correct, ma propongono allo spettatore di rivivere tutte quelle occasioni – di vendetta o solo di pareggiamento dei conti – che nella vita succede di avere mancato, stabilendo “punizioni” esemplari o esiti inevitabili. L'esperienza di Storie Pazzesche è tanto più esaltante laddove il film cade in distribuzione proprio in periodo natalizio, quando la cinematografia si nutre di buoni sentimenti e immancabili lieti finali: non c'è nulla di tutto questo nella pellicola di Szifrón, nemmeno un pizzico di redenzione. Privo anche di qualsiasi interesse per una resa realistica del mondo contemporaneo, il film chiede allo spettatore seduto in sala solo di immedesimarsi, di perdere il controllo insieme ai personaggi sullo schermo e, per una volta (magia del cinema), di non preoccuparsi delle conseguenze. Un film catartico? Può darsi. Senza dubbio, una pellicola distensiva che fa ridere in modo intelligente e articolato. Forse un po' chiassosa, come da tradizione latinoamericana, con una trama che indugia e scherza soprattutto intorno ai tempi melò della cultura mediterranea (anche quella esportata) e sull'abuso del colpo di scena.


C'è Almodóvar e non solo. Storie Pazzesche sembra citare più o meno espressamente tutto il cinema contemporaneo al limite della verosimiglianza: la satira del disaster movie, così come la rappresentazione dell”idiota” contemporaneo, è un'idea dedotta dai fratelli Coen; c'è Quentin Tarantino in certe soluzioni sanguinolente ed eccessive e, ancora, molto british – ma in stile Traispotting – è il ritratto inetto ma eroico dei protagonisti. In fondo però, si può anche scorgere fra le storie che legano il film un filo conduttore nel rifiuto dell'ingiustizia e della pressione sociale, di schemi precostituiti dal capitalismo (liberatorio l'episodio dell'automobilista e dell'autotrasportatore) o dalla struttura familiare (l'immedesimazione del pubblico con la novella sposa è assicurata). La scelta degli attori è determinante: volti apparentemente comuni, universali e vulnerabili come quelli del bravissimo Ricardo Darìn o della dolce Julieta Zylberberg che, nel corso del film, si scoprirà meglio non fare arrabbiare. Non è difficile infatti, trasformare l'uomo – e la donna – in un animale selvatico. Basta solo provarci.


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