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St. Vincent

12/19/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

St. Vincent

Maggie (Melissa McCarthy) è una madre single che si trasferisce a Brooklyn con suo figlio Oliver (Jaeden Lieberher), un timido dodicenne...

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Maggie (Melissa McCarthy) è una madre single che si trasferisce a Brooklyn con suo figlio Oliver (Jaeden Lieberher), un timido dodicenne. Costretta a lavorare fino a tardi, la donna assume come “baby sitter” il poco raccomandabile vicino di casa: Vincent (Bill Murray) solitario, bevitore e accanito scommettitore di cavalli. Sebbene inizialmente riluttante, Vincent accetta, più per necessità che per convinzione, di occuparsi di Oliver. A sorpresa, tra i due nascerà una vera amicizia.


Per pura curiosità, per semplice spirito di fantasia, sarebbe stato interessante immaginare una pellicola come St. Vincent senza Bill Murray. Un film “natalizio” in senso più distributivo che universale, una di quelle pellicole che (almeno in Italia) escono in sala sotto le Feste perché cariche di buoni sentimenti e di accorati insegnamenti. L'amicizia fra un uomo burbero e un tenero ragazzino non sembrava promettere grandi svolte. Forse per questo la sceneggiatura scritta nel 2011 da Theodore Melfi giaceva da quasi quattro anni fra gli script abbandonati sui tavoli dei produttori, in attesa che venisse scelto il giusto protagonista, qualcuno adatto a interpretare Vincent. Un attore che fosse una vecchia guardia di Hollywood, abbastanza noto per il suo spirito misantropo (uguale a quello che la parte richiedeva) ma così apprezzato dal pubblico da risultare adorabile a prescindere. Dopo anni di ipotesi – fra le quali si dice sia stato considerato anche Jack Nicholson – la scelta è infine ricaduta su un volto amato da grandi e piccoli negli anni '80/'90 e da coloro che, ancora oggi, sono felici di incontrarlo nelle recenti prove di George Clooney e negli esperimenti di Wes Anderson: Bill Murray c'è. Anche in St.Vincent l'intramontabile attore è presente, istrionico, valore aggiunto della pellicola di Melfi.


Con un budget di “soli” 13 milioni di dollari, Theodore Melfi realizza una commedia di tutto rispetto che, dopo aver appassionato il pubblico di Toronto, è adesso in corsa ai Golden Globe. Se, infatti, il soggetto di partenza pare piuttosto scontato, il personaggio di Vincent non lo è affatto. Perditempo, scommettitore non pentito, frequentatore di una prostituta russa (che ha il volto ironico di Naomi Watts), l'uomo ammorbidisce un po' il suo cuore ma senza esagerare: ciò che fa è soprattutto prendersi cura di un ragazzo involontariamente trascurato da sua madre, impegnata a sopravvivere in una Brooklyn sempre più complicata. Diversamente da come capitava per Little Miss Marker con Walter Matthau o nell'accattivante About a boy con Hugh Grant, il rapporto trans-generazione fra uomo e bambino conduce stavolta a un cambiamento in entrambi i personaggi: non più la semplice storia di crescita emotiva di un adulto cinico o incapace di maturare, ma una storia di formazione in un ambiente difficile. Vincent è il mentore che guida Oliver – a suo discutibile modo – verso il diventare uomo. Ironizzando in modo irresistibile intorno al tema della santità (utile l'espediente della scuola religiosa frequentata da Oliver, luogo di irresistibili disquisizioni fra cui spicca il colloquio fra Maggie e i sacerdoti/professori di suo figlio), Theodore Melfi dirige un film che si fa beffe del buonismo americano e delle stesse trame hollywoodiane di redenzione del “cattivo” da parte del - per forza bravo - bambino. La santità cui il film fa riferimento è un concetto su cui è il caso di fare umorismo, ma che inevitabilmente finisce per esaltare forme di coraggio che prendono corpo nei sacrifici dei tre protagonisti: un uomo disilluso che torna a fidarsi degli altri, una madre sola, un ragazzo che impara a stare al mondo. Un mondo in cui le tinte nette non hanno ragione di esistere, ben rappresentato da un cast di ottimi attori.


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