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White Bird

01/12/2015 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

White Bird

Gregg Araki abbandona le esplosioni pop per raccontare un dramma familiare

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White Bird è forse il film più ambizioso del talentuoso regista cult Gregg Araki, a cominciare da un cast di grandi nomi: oltre all'astro nascente Shailene Woodley (eroina della saga young adult Divergent), compare in un ruolo comprimario ma fondamentale negli sviluppi della trama la bella e brava Eva Green e, in una parte secondaria, il Thomas Jane di The Punisher. Un bel salto in avanti a livello di "nomi" per un autore di titoli underground ma di grande valore artistico/provocatorio come Kaboom e Doom Generation. Adattamento dell'omonimo romanzo di Laura Kasischke, White Bird racconta una storia non troppo originale ma sviluppata in maniera accattivante grazie al particolare stile registico di Araki, da sempre fuori dagli schemi classici.


Katrina Connors ha solo diciassette anni quando sua madre scompare misteriosamente. Da allora la ragazza è vittima di strani sogni nei quali la mamma le appare immersa in una fitta coltre di neve. Mentre la polizia brancola nel buio, la relazione di Kat con il suo ragazzo finisce in un periodo di crisi e lei inizia una focosa avventura con l'ispettore di polizia incaricato delle indagini. Qualche tempo dopo, quando Kat è ormai una studentessa del college e fa ritorno a casa per un periodo di vacanza, la verità sulla scomparsa della madre viene finalmente a galla.


Quello di White bird in a blizzard, in originale, è un Araki intimista, difficile da riconoscere immediatamente anche per i suoi fan più accaniti. In questa occasione il regista americano (dalle chiare origini nipponiche) decide di giocare in sottrazione, abbandonando quasi totalmente le esplosioni pop del passato per raccontare un dramma familiare, tinto di venature thriller, che si muove narrativamente attraverso frequenti flashback che ricostruiscono il passato recente della madre di Kat (una perfetta Eva Green), donna insoddisfatta la cui crisi col marito comporta un progressivo mutamento nel rapporto con la figlia. Come in Gone girl di David Fincher, (opera assai diversa ma similare nell'incipit), la trama prepara la strada al colpo di scena finale imbastendo una serie di dubbi attraverso disgressioni temporali e una dilatazione degli eventi che penalizza in più passaggi il ritmo, nonostante l'esigua durata. Un difetto non eccessivamente grave, che non inificia il piacere della visione ma che sorprende proprio per lo stile del suo autore, maestro da sempre nel gestire al meglio l'armonia tra racconto e personaggi. La trattenuta concessione agli elementi mystery, marchio di fabbrica arakiano, viene qui a mancare nei momenti più topici e rimane espressa soltanto attraverso gli sporadici e visionari sogni della sua protagonista.


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