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Barry Lyndon

01/13/2015 11:00

Giulia Colella

Recensione Film,

Barry Lyndon

Esistono moltissimi modi di concepire il mestiere di regista cinematografico...

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Esistono moltissimi modi di concepire il mestiere di regista cinematografico. Per qualcuno significa semplicemente raccontare una storia, per qualcun altro affrontare un determinato tema. Infine esistono, come in tutte le arti, i geni visionari. Certi registi hanno fondato la propria carriera sulla creazione fisica di una loro proiezione mentale che, grazie alla macchina da presa, diviene patrimonio collettivo. Se il meccanismo funziona bene, quella visione può rappresentare il marchio di fabbrica dell’autore in questione. Tentare di trovare una sola chiave di lettura per l’intera opera di Stanley Kubrick appare un gioco improvvisamente privo di senso. Ogni film è un mondo, ognuno dei quali non è mera visione ma pionieristica invenzione. A quarant’anni dalla sua uscita Barry Lyndon torna in sala restaurato grazie al programma Il Cinema Ritrovato, promosso dalla Cineteca di Bologna.


Kubrick parte dal poco noto romanzo di William Thackeray dal titolo Le memorie di Barry Lyndon e lo tramuta in un vibrante affresco storico. Traccia la parabola antieroica dell’irlandese Redmond Barry (Ryan O’Neal) che offende l’onore di tutti gli uomini valorosi che incontra lungo il suo imprevedibile cammino, finché non riesce - a suon di meschinità e codardia - a usurparne il posto in società. Il passato può esistere ancora, essere documentato persino, ma solo se ci affida completamente a ciò che di quel determinato periodo storico resta come testimonianza nel tempo. Nel caso del cosiddetto Secolo dei Lumi la più autentica forma di rappresentazione non può venire dalla letteratura nuda e cruda (Thackeray è un autore assolutamente ottocentesco), ma deve per forza basarsi sulle raffigurazioni pittoriche dell’epoca. I precedenti da seguire sono allora Hayez, Gainsbourough, Hoghart e Constable. Lo scenografo premio Oscar Ken Adam parte da qui nella ricerca di luoghi idonei alla realizzazione dell’ambizioso progetto di Kubrick, luoghi che alla fine verranno trovati tra Inghilterra e Irlanda e che costringeranno la troupe a continui, faticosi (nonché dispendiosi) traslochi. Le costumiste Milena Canonero ed Ulla-Britt Soderlund sono obbligate a creare abiti che non servano a una precisa estetica filmica, come avviene solitamente, ma alla fedeltà della ricostruzione storica. Per ottenere questo risultato girano l’Europa in cerca di illustrazioni dell’epoca che possano costituire modelli su carta da cucire ex novo. Un laboratorio itinerante - composto da quaranta persone tra sarti e acconciatori - viene assemblato per consentire a ogni personaggio o figurante di avere l’abbigliamento giusto per ogni singolo set. Gli sforzi porteranno il duo Canonero/Soderlund a ricevere l’Oscar nel 1976 e a impostare un prezioso archetipo sul modo in cui affrontare la lavorazione i film in costume.


Il cinema, soprattutto in questo caso, è mestiere e come tale possiede le proprie strumentazioni. Tuttavia quando il fotografo John Alcott si ritrova a dover trasporre su pellicola la pura bellezza dei grigi paesaggi nordici, pennellati solo dalla luce naturale di un raggio di sole o dalla piccola fiamma di una candela, deve arrendersi al fatto che nessun obiettivo è tanto sensibile da catturare tutte le sfumature cromatiche di quella flebile luce. È lo stesso Kubrick a risolvere il problema, proponendo di adattare le lenti che la Zeiss stava studiando per la NASA e di utilizzare le nuove macchina da presa della Panavision. Magia e tecnica, per portare l’inquadratura oltre la sua natura di unità minima di un girato. Il fotogramma è un tableau vivant riempito da sconfinati prati e cieli nel quale i personaggi si muovono impacciati e disarmonici. La narrazione è mortificata dalla perfezione estetica, ne esce pesta e ridicolizzata. Allo stesso modo il protagonista Redmond Barry risulta essere un’insignificante burattino, dentro un destino straordinario e vuoto. Quasi ad affermare che è qualcosa di trascendente e perennemente incombente a fare la storia, Kubrick chiude l’inutile vicenda nel 1789: Lord Bullington (Leon Vitali) spara al patrigno per riappropriarsi di ciò che gli ha sottratto, mentre il popolo francese riprenderà il potere attraverso la Rivoluzione. Facile ricondurre questo concetto al Napoleon che Kubrick non riuscì mai a realizzare e che avrebbe avuto, probabilmente, molto in comune con l’avventuriero irlandese.


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