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Vizio di forma

03/15/2015 11:00

Giulia Colella

Recensione Film,

Vizio di forma

Los Angeles, 1970...

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Los Angeles, 1970. Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective privato assolutamente fuori dalle righe. Basta guardare il suo aspetto per capirlo: sporco, pettinato come una rock star, le basette di un lupo mannaro, la voce melliflua e perennemente impastata. Gli occhi vitrei non raccontano certo di un personaggio sveglio e arguto, eppure proprio a lui la sua giovane ex fidanzata Shasta Fay Hepworth (Katherine Waterston) chiede di risolvere lo spinoso caso del suo amante multimiliardario, che sarà presto vittima di un tremendo complotto. Nonostante i sentimenti che Doc prova ancora per la sua ex ragazza, accetterà il caso senza minimamente immaginare che sarà a sua volta invischiato nella spira di inganni e criminalità che coinvolge una specie di massoneria di dentisti e una misteriosa barca. A questo si aggiunge anche il problema della droga, non solo spacciata dai criminali, ma consumata con leggerezza dal protagonista.


La definizione di “labirinto senza centro”, utilizzata dallo studioso Borges per definire il film Quarto potere, si applica perfettamente anche a quest’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson. Non è difficile capire il perché, soprattutto dopo aver visto The Master (2013) nel quale la trama si discioglieva pian piano per lasciare spazio ai punti di vista dei personaggi. Nel caso di Vizio di Forma il procedimento viene portato all’estremo delle possibilità registiche, con la sostanziale differenza che il protagonista ha qui una prospettiva assolutamente alterata dall’abuso di sostanze stupefacenti. Bisogna osservare subito che questa caratteristica risulta avere un impatto estremamente ridotto nella versione doppiata in italiano: mai come questa volta è necessario guardare la versione originale, non tanto perché il lavoro di adattamento non sia ben fatto, ma perché dentro i mutamenti di tono di Joaquin Phoenix c’è davvero tutto il film.


Il regista sceglie infatti come soggetto il romanzo di Thomas Pynchon proprio perché vi trova fertilissimo materiale per compiere un ragionamento sfaccettato sul tempo, sugli ideali e su come gli uomini vi si muovano dentro. Il periodo scelto è quello post sessantottino, mentre la città eletta è la luccicante Los Angeles, paradiso di promesse che nessuno sembra volere mantenere (in questo senso il cinema assume di per sé un ruolo fondamentale che apre un primo livello di narrazione). Si vuole raccontare di una sconfitta collettiva, di uno sconforto che è prima mortificazione intellettuale e poi abbandono della personalità verso una serie di piccoli piaceri e idiosincrasie che annullano ogni forma di senso. Ecco perché una storia compatta non può essere elaborata ed ecco perché ogni volta che lo spettatore pensa di poter agganciare le fila del discorso, si introduce un elemento che limita questa possibilità. Vince sicuramente l’estetica, curata fino a livelli maniacali e desunta da un’eterogeneità di forme artistiche: musica, fumetto, televisione e - soprattutto - cinema. Nella confusione di un’epoca che sa regalare solo fracasso e illusione, la Settima Arte diventa un rifugio imprescindibile per chiunque cerchi la serenità, comunque raggiungibile solo attraverso l’abbandono alla pazzia. Sono moltissime le citazioni noir (guarda caso il genere con l’estetica più definita) ma la particolarità è proprio la situazione in cui queste memorie sono inserite. Su tutte va ricordata la scena del manicomio, nella quale è indubbiamente più facile apprezzare la condizione dei malati rispetto a quella dei dottori.


Il protagonista non è solo nel suo girare a vuoto, ma degnamente accompagnato da una serie di personaggi allucinati (e allucinanti) che non fanno che aumentare il senso di inquietudine della vicenda. Come se non fosse importante il ruolo che si va a coprire perché l’unica cosa certa è l’assenza di senso e di significati. Non è un caso che anche il poliziotto amico/nemico di Doc si dichiari un “investigatore rinascimentale”, ma che non possa far altro che mangiare di continuo banane congelate. La bravura di Josh Brolin nel caratterizzare tutte le dicotomiche sfumature caratteriali del suo personaggio, incapace di distinguere dovere e mania, odio e amore. Notevole anche la figura di Shasta Fay, dal viso chiaro e pulito ma abbigliata nella volgarità imposta dalla moda; incapace di restare con il povero e sporco Doc, perché intenzionata ad accettare tristemente il suo ruolo di ragazza oggetto che cerca soddisfazione nell’accompagnarsi a vecchi multimiliardari che portano solo guai. I personaggi del film sembrano essere vivi soltanto nelle loro contraddizioni, oscillanti tra ciò che la società impone e ciò che essi vorrebbero fare delle proprie vite. In tutto questo la storia non è quindi necessaria e nessuna chiave di lettura è possibile. Anche chi dovrebbe vedere per deformazione professionale più lontano degli altri, ovvero il detective Sportello, non fa altro che perdersi in un mondo che diventa pian piano senza regole, dove la freddezza della giungla d’asfalto ha infine annientato la natura e la risacca del mare con tutti i suoi ideali e promesse di felicità. Quasi come se gli fosse sfuggito un passaggio generazionale e non riuscisse, anche lui, a trovare un modo per far combaciare i pezzi del puzzle. D’altronde, una delle prime battute del film è “Non chiedere”, quasi a precisare che allo spettatore di Vizio di forma nessuna risposta verrà data.


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